domenica 5 febbraio 2012

Se il PD fosse responsabile


La prima volta che posi la fatidica domanda ero un giovane consigliere comunale di Rifondazione, e il mio interlocutore un meno giovane dirigente locale dei DS. Governava Prodi e si andava verso la promessa delle 35 ore. Perché- chiesi, provocatoriamente- governate con noi, quando è evidente che è molto di più ciò che vi accomuna a Forza Italia? Al di la del fatto che Berlusconi è indigeribile..."
"Hai ragione. Noi dovremmo governare con FI, ma il problema è Berlusconi. Prima o poi succederà, perché voi non avete il senso della realtà". La risposta mi colpí come un pugno nello stomaco, perché, al di la di tutto e persino di ogni evidenza, non ho mai avuto dubbi sulla matrice di sinistra di quel partito, nè sulla necessità di unire le forze progressiste del paese. 
Eppure oggi è arrivato quel giorno, e forse per questo non mi sento affatto bene.
Il PD governa col PDL, con la graziosa cerniera di Casini, e il resto del mondo sembra improvvisamente precipitato nell'indistinto. 
Un indistinto ampio, certo, forse maggioritario nel paese, ma privo di ogni credibile aggancio con il futuro.
Doveva risanare il paese Monti, come se il risanamento in fase di crisi perdurante fosse una scelta neutra, priva di connotazioni politiche. 
Sta facendo ben di più e di peggio, provando a forzare nella gabbia del liberalismo classico un paese disorientato, per poi sigillarne le serrature con la disciplina di bilancio di marca tedesca.
Questo è il lascito di un governo a tempo che si pensa indeterminato, alla faccia della monotonia: la prolungata agonia dell'Italia, nella speranza che il dolore sia levatrice di rinascita.
Perché dico questo? Perché è evidente che siamo in una fase di squilibrio fra domanda e offerta, e che non sembra ci sia spazio per determinare sul piano globale una soluzione sul lato dell'offerta, che significherebbe una gigantesca operazione di redistribuzione della ricchezza e del reddito, attraverso una riduzione della produttività totale dei fattori, che gravi sul capitale e non sul lavoro. 
Perché altrimenti l'alternativa è quella in atto, non sostenibile sul piano sociale, ovvero un aumento della disoccupazione e una diminuzione del welfare. 
È quindi necessario intervenire sul piano della domanda, e questo non può avvenire per via degli investimenti privati, che sono in tutta evidenza in preda ad una crisi di fiducia, ma solo per il tramite della spesa pubblica e dei consumi privati. 
Ma se questi sono entrambi impediti da manovre economiche pro-cicliche, si entra nel tunnel senza uscita della recessione. 
Così ragionerebbe una persona normale, per poi adottare le soluzioni che preferisce. 
Ma se sei un liberale in crisi ideologica isterica, allora penserai che il mercato non può fallire, e se sembra fallire è solo per un eccesso di normazione che ne impedisce la spontanea autoregolazione, e quindi il recupero di uno stato di equilibrio, che coincide temporaneamente con il migliore dei mondi possibili. 
E allora proverai a tagliare le mitiche rendite di posizione, a liberalizzare i licenziamenti, a cancellare ogni tutela e soggettività del lavoro.
E’ questo che Monti vuole fare, perchè non riesce nemmeno a pensare nulla di diverso, ed è questo che, per salvare l’Italia, va impedito.
Non può farlo da sola la sinistra politica, priva di rappresentanza parlamentare, nè quella sociale, che questo governo considera alla stregua di un comitato di quartiere.
Spiace dirlo, ma tocca al PD, partito che più di ogni altro ama la parola responsabilità.
Deve scegliere se essere responsabile davanti alla destra europea, alla grande finanza, ai poteri industriali di questo paese, che sanno benissimo che Monti sbaglia, e non accetteranno mai di privarsi di rendite e politiche pubbliche di vantaggio, ma che ora accettano di buon grado il regalo inaspettato della distruzione del diritto del lavoro.
O se esserlo invece verso i disoccupati vecchi, giovani e prossimi, il tessuto produttivo reticolare del paese, i lavoratori, le lavoratrici e il loro diritto alla rappresentanza.
Deve scegliere se essere fedele al proprio passato e quindi proiettato al futuro o se cambiare definitivamente pelle e rinunciare alla propria spina dorsale.
Ogni giorno di più si impone il bivio strettissimo fra elezioni anticipate e resa definitiva ad una mortifera ideologia dell‘800.
Ricordando che quando la politica si da il nome di tecnica non nega se stessa, ma la democrazia, più di quanto possa fare il peggiore populismo.
E che l’impasto di democrazia formale, recessione economica e assenza gridata di alternative appicca incendi che generano mostri.
Dov’è allora la responsabilità?

martedì 31 gennaio 2012

Un'Italia bipolare


Quello che abbiamo alle spalle passerà probabilmente alla storia del nostro paese come il ventennio perduto, molto più che il ventennio berlusconiano.
Se infatti è indubbio che l’uomo di Arcore abbia informato di sè l’intero sistema politico, determinandone orientamento e cultura di fondo, struttura delle alleanze e costruzione del senso e del discorso, altrettanto certo è che il sistema così costituito abbia finito per avvitarsi progressivamente su se stesso, smarrendo ogni capacità di orientamento delle dinamiche sociali.
E’ così che l’Italia, già sesta economia globale, ha attraversato gli anni ’90 e ’00 non sui binari propri dell’Occidente, ma su quelli della periferia del mondo, subendo processi di spogliazione della ricchezza collettiva, di impoverimento di massa, di eutanasia della classe media che nulla hanno a che fare nemmeno con il ciclo di crescita del neo-liberismo.
In parallelo, avanzavano dinamiche di riduzione a pulviscolo della società, di eradicamento delle vecchie identità collettiive, senza che altre subentrassero se non a livello di aggregato di immediata prossimità, di perdita di ogni capacità reale di rappresentanza sociale.
In assenza di qualisiasi narrazione collettiva diversa dalla falsa coscienza berlusconiana e dalla sua antitesi speculare, l’Italia è mutata in profondità senza averne percezione e riconoscimento, come accade a quelle piante attaccate alla radice e apparentemente sane  fino al momento stesso dello schianto.
L’aria immobile ha lasciato in piedi gli alberi, ma tutto cambia ora che il vento della crisi spazza forte ogni spazio e anfratto della vita.
D’un tratto, appare inerme il sindacato, vuote di senso le organizzazioni padronali, smarriti i partiti, aliena la Chiesa.
Si affacciano nuovi protagonisti fuori tempo massimo, neoliberisti del mattino al tempo del crepuscolo, mentre la polvere della società si alza ad ogni turbinio, capace di riempire minacciosa lo spazio di un attimo, per poi ricadere inerte al placarsi della fola, priva della forza vera, che è sempre forza di legami.
E’ di legami infatti che abbiamo disperato bisogno, solidarietà avremmo detto, senza avere tempo per costruirli, perchè il tempo del cambiamento è ora.
Abbiamo tutti l’esatta percezione che solo periodi lunghi possano permettere il sedimento di reti sociali spesse, senza cui la politica perde il proprio stesso etimo, ma ci muoviamo in una fase di mutazioni rapide, che necessita di essere afferrata, perchè potenzialmente carica di ogni trasformazione.
Quindi è esattamente a questo punto della riflessione che si situa il nodo gordiano della sinistra, molto più che nelle dispute su leadership e programmi.
Il nostro campo è scosso, facile terreno di scorribande populiste, preda di pulsioni contraddittorie, abitato da partiti e organizzazioni percepite spesso e talvolta non a torto come parte del problema.
La sola esistenza di Grillo e del suo movimento, per non parlare del suo crescente, innegabile successo, dovrebbe esserne prova sufficiente.
Inseguire ila banshee populista, per sua natura disgregatrice, porta alla palude dell’indifferenza, combatterla conduce molti ad abbandonarsi alla sua seduzione.
Se si accetta la dimensione della politica che rappresenta in sè il fondamento della democrazia rappresentativa, ovvero la mediazione, il confronto, la dialettica aperta, si finisce per apparire funamboli di un regime in caduta libera.
Se si fugge nella denuncia isterica, istrionica, urlata, nel pensiero negativo, nella paranoia della purezza ideologica ed etica o presunta tale, si rinuncia ad ogni possibilità di governo del cambiamento, per divenire piuttosto complici della restaurazione.
Ma i due elementi, che appaiono antitetici, convivono nella stessa famiglia, generando un campo di dissociati che rapidamente può divenire un campo di macerie.
Chiudo quindi con una domanda. Come ricondurre ad un discorso razionale sul futuro, tentativo sinora riuscito solo nell’eccezionale esperienza di alcuni territori, una metà almeno del paese, quando la fuga nel delirio sembra per molti di noi l’unico antidoto individuale allo spiazzamento della crisi?

sabato 21 gennaio 2012

Avanti con Monti. E la mascherata continua


Non nutro particolare simpatia per i tassisti, i notai mi sono sempre sembrati un improprio balzello, degli avvocati non ho mai compreso la necessità di un ordine, le sole farmacie che frequento sono comunali.
Non ho quindi alcuna ragione personale per non rallegrarmi dell’ultimo provvedimento del governo Monti, nè politica per oppormi, e francamente non condivido la tentazione di un pezzo della sinistra di cavalcare per micro calcoli elettorali che andranno frustrati la protesta delle categorie.
E tuttavia nessuno mi venga a dire che uno solo di questi provvedimenti avrà un minimo effetto sulla recessione da cui è afflitta l’economia italiana.
Dirò di più. 
Il solo fatto che il presidente del consiglio possa ventilare una crescita del 10% grazie al decreto dovrebbe essere sufficiente a farlo uscire dal novero dei tecnici per farlo entrare di diritto nel club non troppo esclusivo dei politici ciarlieri e ciarlatani.
Riassumendo. 
Viviamo in un paese che vive una fase prolungata di deindustrializzazione, in cui siamo lentamente usciti o in procinto di uscire o in fase di ridimensionamento dai rami della chimica, della farmaceutica, dell’industria automobilistica, del tessile, della cantieriestica, della siderurgia, e ciascuno potrebbe continuare la lista. 
Abbiamo un’agricoltura al collasso e un sistema bancario sotto stress. 
Taciamo per carità di patria sull’edilizia tutta insieme, buona e cattiva.
Ci grava un elevato debito pubblico, che nell’interpretazione attualmente corrente in Italia significa impossibilità di agire la leva della spesa pubblica.
Viviamo da anni il fenomeno della fuga dei cervelli e da un biennio abbiamo smesso di essere un centro di immigrazione.
Accettiamo senza colpo ferire che la Fabbrica Italiana Automobili Torino possa trattare il paese da cui trae il nome come una colonia, minandone il sistema di relazioni sindacali, e che padroni come il sig.Golden Lady possano delocalizzare siti produttivi in attivo.
E in un quadro del genere, che nessuno si prova nemmeno a negare, accettiamo che qualcuno possa venirci a raccontare che ci attende un grande balzo in avanti perchè ci saranno 5.000 nuove farmacie, gli avvocati dovranno farci un preventivo e chiunque potrà prima o poi attaccare il cartello Taxi sulla propria automobile.
Senza che ci sia alcuna opposizione, se non quella delle categorie interessate o dei loro protettori politici, come se in politica economica, e tanto più in fase di crisi, il giudizio su un provvedimento potesse prescindere dalla sua reale adeguatezza alla risoluzione dei problemi generali, e ci si dovesse invece limitare a valutarne l’adeguatezza in se.
E’ invece proprio questa idea che va contrastata, cioè l’assunto tutto liberale, e in quanto tale ideologico e sbagliato, che esista una ricetta universale ed eterna per lo sviluppo economico, ovvero l’intervento su presunti nodi e strozzature per permettere il libero e spontaneo fluire delle forze del mercato.
Quando invece dovrebbe essere ormai chiaro che il motivo per cui il sistema è sempre più privo di flusso non è la presenza di dighe, ma l’assenza di flusso stesso, e che non si sarà quindi soluzione fino a quando questo non sarà ripristinato, e il suo ripristino non può che passare da una rinnovata e forte iniziativa pubblica.
Questo Monti non lo può, nè lo vuole fare, perchè ne è impedito da qualcosa di ben più forte dei vincoli parlamentari o degli interessi cosiddetti corporativi, ovvero la propria stessa constituency ideologica, prima ancora che materiale.
Si tratta di una gabbia di cui anche la sinistra italiana ed europea è stata prigioniera negli ultimi 20 anni, persino con alcune comprensibili ragioni, ma che non a caso oggi è stata abbandonata ad ogni angolo del continente.
Sarebbe imperdonabile se sull’altare del governo Monti e delle pigrizie, paure e abitudini di un ceto politico invecchiato, il centrosinistra italiano scegliesse di continuare a vivere negli anni ’90, con uno sguardo interessato agli ’80, ’70, ’60.
Oggi più che mai è invece necessario scegliere la via dell’alternativa, prima di trovarci alternativi al resto d’Europa.

lunedì 9 gennaio 2012

Un governo costituente


Sono due i punti fermi dell’attuale fase politica italiana.
Il primo è l’evidente, non celata sfiducia del Presidente della Repubblica, per l’insieme del sistema politico, per la sua struttura, i suoi attori, le possibili combinazioni.
Il secondo è la sussistenza di una legge elettorale che si caratterizza per l’assoluta e comprovata incapacità di garantire il seppur minimo rapporto fra risultato elettorale e governabilità del paese.
Se tuttavia in relazione al primo punto Giorgio Napolitano ha fatto le sue mosse, suggerendo al Parlamento un esecutivo che si caratterizza fin troppo apertamente come costituente, sul secondo le possibilità di manovra appaiono assai scarse, e la responsabilità dell’intervento affidata gioco forza a quei partiti che il governo in carica ha il mandato di sgretolare.
Monti non ha infatti nessuna possibilità, al di là delle della propaganda, di risolvere il mandato ufficiale che gli è stato attribuito, ovvero la sottrazione dell’Italia dalle peggiori dinamiche della crisi economica globale, perchè tale possibilità non è data in autonomia nemmeno a paesi più solidi e centrali nelle relazioni internazionali.
Ciò che invece può fare è preparare il terreno ad un assetto politico che si presuma più adatto a reggere il futuro dell’Italia.
A ben vedere, l’impressione è che tutte le prime mosse, in termini di interventi realizzati, in via di realizzazione, annunciati o solo ipotizzati, vadano appunto nella direzione di aprire e allargare faglie negli schieramenti e nei partiti.
I primi colpi sono stati ben assestati. 
Rotta l’alleanza PDL-Lega, vera chiave di volta del berlusconismo, cancellata la foto di Vasto, che ne rappresentava fino a poche settimane fa la più credibile alternativa.
Tagliate le cosiddette estreme, si tratta ora di lavorare su PD e PDL, scommettendo sulla loro disponibilità a farsi mettere in mora.
Le minacce sull’articolo 18 e gli annunci di liberalizzazioni e lotta dura all’evasione fiscale sembrano il terreno ideale allo scontro, soprattutto se le tensioni sui mercati finanziari continueranno, e continueranno, garantendo a Monti e ai suoi la più robusta polizza sulla vita fra le disponibili.
Il PD ha già dichiarato pubblicamente la sua volontà di farsi fare a pezzi nella riforma del mercato del lavoro, nel PDL è noto il desiderio di molti di affrancarsi definitivamente dall’ipoteca di Berlusconi, per tornare alle case madre centriste.
Apparentemente e non solo la questione è più drammatica e drammatizzata nelle fila democratiche, dove tuttavia non sembra sufficientemente forte la percezione del problema.
Ogni volta che Bersani e compagni si chiedono pubblicamente “a che serve tutto questo?”, la risposta dovrebbe essere una sola “a farvi la pelle, non l’avete capito?”.
Non sarà d’altronde molto difficile, se al primo vento hanno rinunciato quasi con sollievo all’unico antidoto a loro disposizione, ovvero il rapporto strategico con SEL e IDV, che vale a dire la scelta netta per il bipolarismo e la rinuncia ad ogni lusinga neo democristiana.
Il tema d’altronde è posto anche nel PDL, se è vero che alla prima prova parlamentare si sono manifestate fughe, distinguo, livori vecchi e nuovi. Non a caso Berlusconi, che non sopravviverebbe ad un riassetto neo-centrista, continua ad inseguire la Lega, a costo di manifesti sberleffi.
Oggi Monti è sostenuto dal 90% del Parlamento, dove i gruppi continuano ad avere i nomi noti nel crepuscolo della Seconda Repubblica.
Il suo compito sarà finito quando quel sostegno sarà calato al 51%, ma quel 51 avrà la fisionomia di un nuovo inizio.
Come ho detto, attualmente c’è su questa strada un nodo ingombrante, che potrà portare ad inciampi clamorosi, o ad una rapida chiarificazione, e questo nodo è la legge elettorale, perchè non c’è Nuova Repubblica che possa nascere senza un diverso sistema di voto.
Su questo avremo lumi a breve, dopo la decisione della Consulta sull’ammissibilità dei referendum.
A partire da quel giorno tuttavia sarà aperto ufficialmente il dibattito sulla terza Repubblica. Non saranno mesi facili.

martedì 3 gennaio 2012

L'OMSA, le chiacchiere, la realtà


Il caso OMSA è uno dei fiumi carsici del male che attraversa il nostro paese. 
Scompare e poi riaffiora nella coscienza collettiva con il suo carico di parole che trascinano a fondo. Crisi, delocalizzazione, cassa integrazione, licenziamenti. 
E così, dopo la stagione dei tavoli, degli accordi, dei rinvii, arriva un padrone a ricordarci che nel decadimento della civiltà del lavoro la fabbrica è cosa sua e come tale ha il diritto di trattarla.
Fa sentire impotenti questo ritorno alla verità primordiale del mercato, alimenta la rabbia e la sfiducia, se può affermarsi al centro dell’Emilia Romagna, nella ricca, solidale, un tempo rossa Emilia Romagna.
Alle lavoratrici dell’OMSA io vorrei dire ciò che Enrico Berlinguer manifestò agli operai davanti ai cancelli della FIAT in quel settembre di trent’anni fa.
Vorrei dirlo senza che suonasse ridicolo e arrogante, e tale senza dubbio sarebbe in bocca a me, e vorrei poter promettere che tutta la politica non le lascerà sole.
La politica non gode di buona salute in Italia, ma muore se balbetta o inciampa in situazioni come queste, perchè si rannicchia nel proprio guscio di impotenza.
A che serve la politica, intesa come istituzioni di ogni livello, se si permette che nel centro della crisi 239 donne possano perdere il posto di lavoro, senza che esista nessuna ragione economica perchè questo debba accadere?
A che serve la politica, intesa come comunità solidale di donne e uomini, se si accetta come parte della vita che in centinaia si possa essere consegnate al deserto dell’assenza di prospettive?
Il 2012 nella mia terra è iniziato con un affondo pesante contro le chiacchiere sull’articolo 18, sulla riforma del mercato del lavoro, sui sacrifici per il bene comune.
La realtà è che c’è chi può giocare con la vita degli altri e chi non ha altra scelta che lottare per la propria.
E quindi le istituzioni, il governo locale e quello nazionale, i partiti, ogni cittadino e cittadina deve semplicemente scegliere da che parte stare.
Oggi è il tempo che si dica alle lavoratrici dell’OMSA che noi saremo con loro, e ci saremo ogni giorno, fino a quando i cancelli di quella fabbrica non riapriranno.
Ed è il tempo che si dica che in questo paese non sarà più tollerato che un solo posto di lavoro sia cancellato arbitrariamente per la volontà di un uomo, per un euro in più di profitto, per la stanchezza di un capitalismo senza altre idee se non quella di pagare un po’ di meno un’ora di lavoro.
Se ne vada il sig.Grassi, se crede, ma lasci intatta la possibilità per 450 donne di costruire con il lavoro il proprio futuro.
Dalla crisi potremo uscire in tanti modi, con un ritorno all’800, con la negazione dei diritti e la proprietà privata della vita altrui, o con una nuova civiltà del lavoro come bene comune e obiettivo fondamentale di ogni scelta di politica economica.
Il destino dell’OMSA saprà dirci molto di questo. Noi abbiamo già scelto il nostro campo.

lunedì 26 dicembre 2011

Favola di Natale


Tanto tempo fa viveva in questo paese un sovrano decadente e imbroglione, circondato da una sfacciata corte dei miracoli.
Regnava ma non governava, preoccupato dal tesoro del Re molto più di quello dello Stato, e tutt’intorno era un affaccendarsi di comparse arraffone, protagonisti per un giorno, luci della ribalta per l’esibizione del nulla, mentre la tempesta spazzava la terra, e rabbia, dolore e rivolta scuotevano il popolo.
Il Re era nudo da sempre, e fiero ostentava le sue nudità, e anche per questo da molti era amato.
Era un re brigante, un re giullare, un re senza corona.
Tanto tempo fa non pochi sognavano la Repubblica, e si battevano per averla.
Erano nostalgici di un passato opaco, visionari privi dell’ultimo miglio, volpi giovani e vecchie, pure qualche avvoltoio invecchiato.
Erano divisi e rissosi, ma avevano belle bandiere e amavano la verità.
E intorno a loro si muoveva commovente l’onda di un popolo che non si era mai arreso, che aveva ancora l’energia per l’ultima bracciata, quella che ti risolleva e non ti manda a fondo, che in riti spesso stanchi e spesso nuovi celebrava la propria forza ancora viva.
Non si viveva bene in quel paese incattivito da decenni di inviti alla solitudine, di porte sbarrate, di storie futili e perse in se stesse.
Ognuno per se e tutti dietro a me, era il motto del sovrano che aveva conquistato il paese.
Poi vennero i giorni del vento e della pioggia, del sole oscuro e dei lupi alle frontiere. 
Il popolo ebbe paura, si spaventarono anche i silenti, voci sempre più forti si levarono a chiedere uno scudo, protezione, la testa del Re se serviva.
Fu allora che il Grande Vecchio parlò, la Corte sparì, e arrivarono gli Altri.
Quelli che non c’erano mai stati negli anni del regno e della resistenza, quelli che avevano continuato i loro affari nelle banche, nei giornali, nelle università, quelli che non avevano preso parola nè insulti, quelli che nessuno aveva conosciuto e voluto.
Arrivarono e dissero che toccava a loro, e tutti o quasi dissero che era il loro momento. E chiamarono privilegi i diritti, per chi aveva sempre pagato annunciarono sacrifici, promisero un futuro di gioia dopo un lastrico di dolore. Come si conviene ai credenti.
Al popolo piacquero, perchè erano lontani da ciò che conosceva, e ciò che conosceva ormai perduto. 
Ma non ci furono feste nelle piazze, non c’era energia nell’aria da catturare, una nebbia ancor più spessa avvolgeva il futuro.
Da qui in avanti la storia è sconosciuta e aspetta di essere scritta.
Ma noi sappiamo cosa sarebbe servito a quel popolo. 
Avrebbe dovuto aprire gli occhi e riconoscere l’altro come fratello e compagno, e insieme a lui prendere per mano il cambiamento. 
Avrebbe dovuto osare, perchè non c’è speranza per chi ripete un passato di errori. 
Avrebbe dovuto pretendere di scegliere, sciogliere la paura, gettarsi a testa alta nel futuro. 
Avrebbe dovuto fare questo e molto altro, ma soprattutto non arrendersi a ciò che è imposto come inevitabile.
Perchè non c’è domani per chi abbassa la schiena sperando di schivare il colpo.
Buon Natale.

domenica 4 dicembre 2011

Se Roma è il sintomo, Berlino è la malattia. Unica cura l’Europa


Un governo ottuso di conservatori regge la Germania, la Francia è sotto ricatto, l’Italia vive la peggiore notte politica della sua storia repubblicana.
Gli Stati Uniti non hanno la forza di esercitare alcuna funzione egemonica sul vecchio continente. La crisi globale non poteva innestarsi su un quadro peggiore.
Appare infatti evidente che uno dei fattori che maggiormente incide sull’incapacità di costruire nuove regole e nuovi equilibri nelle dinamiche della finanza e degli scambi mondiali, e quindi di indicare una via di uscita duratura dall’attuale fase di instabilità, sia l’assenza politica della maggiore area economica del pianeta, l’Europa.
Dall’Europa non si può prescindere, l’Europa non esiste. Non solo e molto peggio. L’Europa è oggi seriamente a rischio anche come unità economica, per incapacità, debolezza  o assenza di volontà dei suoi maggiori aderenti.
E’ opinione diffusa che l’epicentro del problema sia l’Italia, con il suo impronunciabile debito pubblico e, fino a ieri, la sfacciata inconsistenza della sua leadership politica.
Non è così.
L’epicentro del problema è ed è sempre stato la Germania e la totale assenza di visione del gruppo dirigente conservatore al potere.
L’Italia è debole , presta il fianco alla pressione finanziaria di chi scommette sulla fine dell’Euro, è stata trascinata in un limbo periferico, ma continua ad essere troppo grande per fallire in solitudine. Ma è la Germania, in una UE dalla governance bloccata, ad avere la responsabilità delle scelte sul futuro, e in questo momento è prigioniera di un’ideologia che mischia nazionalismo passivo e liberismo.
Non si può infatti definire in altro modo l’atteggiamento di chi, pur sapendo che nessun paese può reggere nemmeno a breve termine la crescita esponenziale dei tassi di interesse, in assenza di interventi massicci della propria banca centrale, insiste nel mantenere la BCE incollata al proprio ruolo di bastione del rigore e del monetarismo.
Lasciando balenare l’idea che forse la stretta si potrebbe un po’ allentare, ma solo a patto di sacrifici umani, di misure che, pur se recessive, indichino la disponibilità alla contrizione morale.
Il momento è eccezionale, ma viene affrontato da Berlino come se il liberismo non avesse già dimostrato la propria fatale vocazione alla crisi e la propria assoluta incapacità di governarla, e come se i paesi del Mediterraneo altro non fossero che uno dei tanti Sud del mondo, cui far ingoiare il veleno dei piani di ristrutturazione.
C’è un cupio dissolvi in questo approccio da parte di un paese che ha avuto e ha nell’Unione Europea il proprio primo mercato commerciale e finanziario, nonché un’indiscussa funzione di guida potenziale.
Il crollo dell’Eurozona sarebbe certo fatale per Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e Francia, ma non lascerebbe la Germania sovrana sulle macerie di un continente. Ne sarebbe piuttosto sepolta, chiusa nelle proprie anguste dimensioni di piccola potenza nazionale in un mondo che richiede ben altre dimensioni.
La destra europea sta distruggendo le radici sociali e culturali dell’integrazione continentale. E’ un gioco molto pericoloso e intrinsecamente populista, anche quando veste i panni modesti di Angela Merkel o dei suoi commissari mediterranei. Perché nasconde i problemi, fingendo che esistano soluzioni nazionali a problemi che sono iscritti nello statuto della BCE, nell’assenza di politica europea, nei parametri di Maastricht, nell’ossessione per la deflazione, che prescinde da ogni considerazione di politica economica.
Non c’è soluzione della crisi, se non si saprà uscire rapidamente e con forza dai confini degli stati nazionali e dei residui ideologici del neo-liberismo.
La destra è impossibilitata a farlo.
La sinistra saprà costruire rapidamente un proprio profilo non solo europeista, ma europeo, che sappia indicare la via degli Stati Uniti d’Europa e di un ritorno a Keynes, inteso come primato dell’occupazione, della redistribuzione e del governo pubblico dell’economia?
La sentenza non spetta ai posteri, ma a noi.