sabato 11 agosto 2012

La sinistra alla prova di maturità


La scelta di SEL di contrarre un’alleanza con il PD in vista delle prossime elezioni politiche ha comprensibilmente aperto un intenso dibattito a sinistra.
Pesa infatti la rottura di un possibile fronte con l’IDV, che non ha più in SEL una sponda disponibile a coprirne gli eccessi verbali finalizzati a massimizzare visibilità e consensi, in cambio di un potenziale e del tutto teorico rafforzamento dell’ala sinistra della futura coalizione progressista.
Pesa allo stesso tempo, e apparentemente in misura assai maggiore, la rinuncia ad ogni veto, peraltro mai posto in questi termini dagli organismi dirigenti di SEL, nei confronti di possibili offerte di collaborazione all’UDC nel corso della prossima legislatura.
In questa combinazione molti hanno voluto vedere la disponibilità del partito di Nichi Vendola ad un percorso di continuità con Monti, dato che, in una visione manichea del tema delle alleanze, uscirebbe il partito della più intransigente opposizione, l’IDV, per entrare il più convinto sostenitore del governo in carica, l’UDC.
Fingendo di dimenticare, o considerandolo un elemento dissonante e quindi pretestuoso, la mossa di Pierluigi Bersani, che presenta una Carta di Intenti debole di fattori cogenti, ma in linea con il linguaggio e la direzione del socialismo europeo, e individua in SEL il primo interlocutore a cui presentarla per aprire un confronto, manifestando quindi simbolicamente l’intenzione di orientare a sinistra il perimetro dell’alleanza.
Contemporaneamente, si individua nelle primarie il metodo di definizione dell’identità e del programma del futuro centrosinistra, e si chiarisce progressivamente che l’apertura all’UDC riguarda la fase post-elettorale, nonostante la nebbia prolungata sulla trattativa sulla legge elettorale renda lecita qualsiasi ipotesi di presentazione alle urne.
Per me, che a SEL sono iscritto dal primo momento, e con qualche responsabilità di direzione politica, in tutto questo non c’è nulla di stupefacente, ma l’esito non scontato, data la debolezza della nostra forza istituzionale e organizzativa, di un’iniziativa politica fondata sulla costruzione di un nuovo centrosinistra di governo, libero dai dogmi neo-liberali, e aperto alla sfida del cambiamento.
In altre parole, credo che SEL nell’ultima settimana abbia segnato un successo, e che da questo si dovrebbe ricavare nuova energia per affrontare le primarie e quindi per rafforzare l’apporto della sinistra negli equilibri politici che si determineranno.
Vedo invece che è aperta una discussione che sfocia nel conflitto, e che questa va oltre la verve polemica di chi prova a recuperare consenso a posizioni chiuse nel proprio recinto minoritario.
In particolare, si sostiene che il governo Monti, e la fase che l’ha accompagnato, avrebbe già cambiato in modo irrevocabile il sistema politico italiano, costringendo tutti a fare i conti nel futuro prossimo prevalentemente, se non esclusivamente, con il giudizio che si da sul suo operato, e quindi ipotizzando che le uniche alleanze dotate di senso sarebbero quelle fra chi lo ha sostenuto da un lato e chi si è opposto dall’altro, al netto di alcune evidenti idiosincrasie ideologiche.
Si attribuisce al governo Monti un valore costituente, di nuova faglia delle politica italiana, in sostituzione del berlusconismo, più prossima alla classica divisione fra destra e sinistra, nella variante liberisti-rigoristi contro antiliberisti-presunti tali.
In questo modo non ci si rende conto, o peggio si sceglie il tanto peggio tanto meglio, di aderire esattamente allo schema di chi ha sommesso fin dall’inizio sull’esecutivo dei tecnici come strumento di uscita da destra dal berlusconismo, come chiave di una nuova Costituzione materiale e di un nuovo arco costituzionale, rappresentato appunto dai partiti dell’attuale maggioranza o, meglio, dalle loro evoluzioni.
Dal mio punto di vista, questo era il rischio maggiore posto dal governo Monti, la sua capacità di imporsi non come parentesi emergenziale, ma come virus capace di rigenerare il sistema a propria immagine e somiglianza.
Rischio apparentemente sconfitto, fortunatamente, se non si commetterà l’errore di contribuire in extremis a rivitalizzarlo.
La stessa idea d’altronde che quella fra liberisti e antiliberisti sia l’unico elemento di demarcazione sensibile, o comunque il prevalente, è sbagliata e illusoria.
Ne esistono infatti almeno altre due, di non minore importanza nell’Italia odierna, quella fra europeisti e anti-europeisti e quella fra difensori della Costituzione formale, imperniata sul tema della rappresentanza, e sostenitori dell’antipolitica, ovvero della demolizione dei perimetri costituzionali.
E io credo che la sinistra, per la sua storia e per il suo presente, non possa che stare dalla parte dell’Europa e delle istituzioni costituzionali, anche laddove, come ora, ne ravvisi limiti  e debolezze ai limiti del decadimento.
E non mi nascondo che elementi come il Fiscal Compact rappresentino nel breve, medio e lungo periodo il peggior attacco alla sovranità democratica e il miglior strumento di demolizione dell’unificazione continentale, ma allo stesso tempo non posso ignorare che la loro natura di trattato ne impedisca la denuncia unilaterale, pena un forte vulnus all’Unione Europea, e che quindi prima di arrivare per inerzia a quel punto si debba fare ogni sforzo per modificarlo nella sede propria, che è quella comunitaria.
Credo che questi ragionamenti non dovrebbero accompagnare solo i venduti del PD e i neo-traditori di SEL, ma interessare tutta la sinistra, prima che questa sia attraversata dal cupio dissolvi dell’auto-riduzione al ruolo di opposizione, forte o testimoniale che sia, ad un altro quinquennio di montismo, per il gusto tra gli altri di veder confermata la propria previsione di un PD definitivamente svuotato di ogni sussulto progressista.
I prossimi anni non saranno comuni. Potranno essere ricordati come quelli in cui l’Europa ha scelto la strada dell’unificazione politica o del ritorno alle monete e quindi agli Stati nazionali. 
Come quelli in cui alla crisi si risponderà con un nuovo ruolo del pubblico e del welfare o con il prevalere di logiche neo-vittoriane. 
Come quelli in cui si esce dalla crisi in piedi o con i piedi in avanti.
La sinistra oggi non è debole. Non lo è in Italia, nè in Europa, nè nel mondo. 
Ma in Italia rischia di giocarsi la pelle fra paure e miserie, per timore della democrazia e delle sue regole, per irrisolti problemi identitari, perchè quando pensa a Obama non riesce a ricordare lo slogan che ne sancì la vittoria, ma i limiti del suo governo.
Certa sinistra italiana pensa di avere le forze per sconfiggere da sola il capitalismo finanziario internazionale, ma ha paura di contaminarsi coi sepolcri imbiancati dell’UDC, o pensa ancora che per vincere una guerra si debba prima bombardare il quartier generale.
Noi, più modestamente, cerchiamo la leva che ci permetta di sollevare il mondo, se ne avremo la forza. Ma sempre ricordando che la politica deve guardare al domani, ma ha bisogno, per essere tale, di un qui e un’ora.

martedì 7 agosto 2012

Fra proverbi e realtà


Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei, recita la saggezza popolare, come a dire che in un mondo di cattive compagne si starebbe meglio soli.
Beppe Grillo l’ha capito tanto bene da farne l’unica, reale linea politica del suo movimento.
Soli contro tutti, dato che gli altri sono per definizione compromessi, laidi, incapaci e certo, forse, un po’ mafiosi.
Il più pulito c’ha la rogna, per restare all’antico.
Ognuno per se e Dio per tutti, e già che c’è ci guardi anche dagli amici, e così il primo che s’azzardi a mettere il naso fuori, a suggerire che, certo, le alleanze si fanno sempre e solo con gli elettori, ma si potrebbe anche provare a smettere di credere che la ragione cessai sull’uscio della propria casa, e quindi proporre una coalizione, quel qualcuno appunto sarà fulminato.
Incoerente, venduto, traditore, poltronaro, con la variante di chi l’aveva sempre saputo e di chi ha subito la peggiore delusione della propria vita, che in questo caso si presume giovane.
Tutto questo in assenza di qualunque considerazione del contesto, della storia e dell’attualità.
Il contesto è quello, pesantissimo, di un paese a rischio di perdere ciò che resta di una sovranità traballante, con un sistema politico a brandelli, uno stato di viscerale frattura del vincolo di rappresentanza, un crollo verticale della propria capacità economica, in un quadro di finanza pubblica preoccupante.
La storia è quella di un partito, SEL, nato dalla scommessa di poter portare in un ambito di governo le culture politiche della sinistra e dell’ambientalismo, altrimenti confinate per propria scelta nella ridotta del massimalismo e dell’ideologia.
L’attualità è quella inattesa di un governo “tecnico”, nato con l’ambizione di riscrivere a propria somiglianza un sistema politico in decomposizione, e ridotto a fallimentare amministratore straordinario dello Stato, sorretto dai voti del PD, e avversato da tutte le altre forze della sinistra politica e sociale.
Resta da ricordare che il voto del 2008 ha consegnato alla destra e a Berlusconi il governo fino al 2013, e non ad altri, e che quindi, per amor di verità, le politiche di Monti andrebbero raffrontate a quello che farebbero loro, e non a ciò che faremmo noi.
E che quindi, proprio in considerazione di contesto, storia e attualità, dovremmo imparare, per una volta e non di più, dagli americani a girare lo sguardo, e a giudicare non cos’abbia fatto chi detiene il potere, ma cosa farà chi si candida a detenerlo.
Certo, ci vuole coraggio nell’Italia del 2012 ad abbandonare la cultura del sospetto, che ci induce a chiedere all’altro dove fosse ieri, anzichè dove insieme potremmo essere domani.
Ma è proprio su questo, sull’immaginare un futuro politico con il M5S, che per quanto mi riguarda si consuma una frattura irrimediabile con Di Pietro.
Il suo domani, semplicemente, è molto diverso dal mio.
Quello che so invece è che domani vorrei essere al fianco di Hollande a rimettere in discussione il futuro dell’Europa, perchè la Francia altrimenti morirà di solitudine, e vorrei restituire al mio paese il ruolo di potenza, mi si scusi il termine, produttiva, anzichè di triste pascolo per le cavallette della rendita, e vorrei riparlare di welfare state come motore della crescita, anzichè come voce di bilancio da tagliare.
Vorrei parlare di patrimoniale e di reddito minimo, e restituire a chi è andato l’opportunità di tornare, anzichè veder partire in massa i migranti che fino a qui ci hanno accompagnato.
Ho pensato di poterlo fare col PD, nonostante oggi sostenga Monti e ieri abbia sostenuto anche di peggio, e confesso di aver pensato che quando si tratterà di ridiscutere il fiscal compact persino l’UDC potrebbe essere interessata, in nome di quella brutta cosa che si chiama interesse nazionale.
In fondo, dalla crisi, come da ogni prodotto umano, si può uscire, ma stavolta solo da sinistra, come ci dimostra il tentativo opposto di Monti.
Bisogna tuttavia provarci, a partire dalla considerazione che in mezzo non ci sta nessuna virtù.
Col PD? La speranza è l’ultima a morire.

sabato 4 agosto 2012

Cara sinistra, la partita è tutta nelle nostre mani. Troviamo il coraggio di scoprirle forti.


Il peggior nemico del cambiamento è l’assenza di chiarezza, l’impossibilità di cogliere nitidamente un progetto fra la polvere alzata nelle mille giravolte della politica.
Nella nebbia si improvvisano fari quelli che urlano grida secche anche se scomposte, mentre ogni accordo, mediazione, dialogo diventa sotterfugio e scambio, alimentando il senso diffuso di sfiducia e rancore, che radica il populismo.
Per questo, prima di ogni altra valutazione, va accolta con favore la novità dell’ultima settimana, l’alleanza finalmente dichiarata fra PD e SEL, aperta al contributo dei movimenti e delle migliori esperienze civiche, con l’obiettivo esplicito di governare il paese nell’alveo del progressismo continentale, e con primarie da tenere entro l’anno per trasformare in programma le velate suggestioni circolate in questi giorni.
Si sceglie quindi di chiudere l’esperienza Monti, nonostante l’insistente, martellante campagna di stampa a favore della continuità condotta da tutti i principali media italiani, senza anatemi, con i più sentiti ringraziamenti, o i più sinceri fischi, e di andare oltre, verso Parigi assai più che Berlino.
Questo dice la scelta di Bersani di aprire in compagna di Vendola, che nessuno, proprio nessuno, può accusare di timidezza nell’opposizione al governo in carica, la strada del centrosinistra.
Un centrosinistra esplicitamente aperto al dialogo politico, finanche alla collaborazione su temi di comune interesse, con l’UDC, tanto per dare un nome alle perifrasi bersaniane, in una temperie storica che, in particolare sul tema cruciale del significato europeo, non vede un lineare sereno all’orizzonte.
Ovvero l’inversione dell’approccio seguito nell’ultimo ventennio dalle correnti maggioritarie della sinistra italiana, D’alema per intenderci, che dall’accordo strategico col centro avevano fatto l’elemento centrale della loro linea su alleanze e programmi.
In questo percorso si esclude l’IDV, non per una preclusione sui temi programmatici, che quel partito ha condiviso con SEL, in quest’ultima fase del periplo dipietresco, ma per l’impossibilità di addensare una seria prospettiva di governo con chi, in tutta evidenza, non riesce ad abbandonare la tattica della guerriglia contro gli alleati, a mero scopo di visibilità.
Così si sarebbero potuti leggere i giorni a cavallo di luglio e agosto, senza eccedere in forzature ottimistiche, solo per stare a fatti e dichiarazioni.
Nell’Italia in cui il retroscena ha sostituito la cronaca, e quindi, per inciso, l’interpretazione giornalistica il libero giudizio sugli eventi, si è invece parlato d’altro.
L’alleanza di ferro è quindi fra Casini e Bersani, con l’obiettivo di un Monti oltre Monti, e Vendola, privato dell’usbergo di Di Pietro, si presta, per cinismo o ingenuità, alla parte dell’utile idiota, o dell’agnello sacrificale.
In queste tre righe, che riassumono due giorni di guerra lampo giornalistica, che prepara un conflitto di lunga durata, sta il tentativo del partito montiano, naturalmente alleato del narcisismo fustigatore travagliesco, di generare una profezia che si autoavvera, giocando su terrori e tremori dell’elettorato di sinistra di questo paese.
Nessuno è infatti tanto ingenuo da non vedere i rischi insiti in un tentativo tanto generoso quanto pericoloso, aperto a infinite incognite, prima fra tutte l’andamento della crisi finanziaria, che potrebbe riconsegnare alla politica un paese commissariato di diritto, oltre che di fatto.
Proprio per questo nessuno è nemmeno autorizzato a pensare che esistano oggi soluzioni precostituite, messe al riparo dalla prova elettorale.
Se il risultato di Vendola prima e soprattutto di SEL poi sarà positivo, al punto da raccogliere fino in fondo i voti della sinistra italiana, il nostro paese potrà conoscere una stagione analoga a quella aperta in Francia dai socialisti e da Hollande.
Se, come auspicato da tutti i fan della continuità di governo o della continuità di opposizione, andrà diversamente, con una vittoria mozzata del centrosinistra e SEL ridotta a livelli impalpabili, potremo goderci 5 anni di Monti e 5 anni di grillismo d’opposizione, ovvero 5 anni di Monti.
Da questo punto di vista SEL, un’idea di partito raccolta finora intorno alla figura del proprio leader, è la chiave di volta della politica italiana.
SEL, non Casini, che oggi non conta nulla e che ha in mano solo il jolly della sopravvivenza e dell’attesa.
Questo i nostri avversari l’hanno capito benissimo, e dopo aver provato a suggerirci la via dell’angolo dorato del fronte dell’opposizione, oggi tenteranno di sterilizzarci nei consensi, puntando a metterci sulla difensiva, a moderarci, ad additarci come traditori.
Noi non abbiamo nulla di cui difenderci, nessun bisogno di moderazione, la forza della coerenza, dell’insistita coerenza nel voler portare al governo la sinistra italiana, quella che siamo e quella che ancora non siamo.
Sarà una partita durissima, ma è quella che abbiamo scelto di aprire e giocare, e nessuno ci aveva garantito nulla di diverso.
Ora che è tutta nelle nostre mani ci servirà il coraggio di scoprirle forti.

sabato 28 luglio 2012

Di Pietro con Grillo? Good night and good luck.


Di Pietro adora i titoli sui giornali, che graziosamente ricambiano.
Li conquista a suon di provocazioni, dichiarazioni sopra le righe, fendenti tirati con violenza a destra e a manca, attacchi alle istituzioni, ai nemici del momento e agli alleati.
Se si dovesse prendere sul serio, lo si lascerebbe molto lontano da se, soprattutto quando precipita nel fideismo giustizialista, ma da tempo se ne conosce la passione per i rapidi giri di valzer, e allora ci si limita ad aspettare il prossimo volteggio.
La sparata della settimana merita tuttavia di non essere gettata nel cesto del transitorio,  dove comunque finirà, perchè ci mette davanti ad un problema serio di cultura e prospettiva politica.
Mi riferisco alla proposta dei non allineati, all’idea di costruire uno schieramento di chi si oppone a Monti senza collocarsi esplicitamente a destra, ovvero M5S-IDV-SEL.
Per quanto mi riguarda, il solo fatto che questa ipotesi possa essere pensata e raccolta da alcuni come diversa da un non sense logico rappresenta un problema.
E non mi riferisco soltanto all’elenco subito stilato delle mille sparate di Beppe Grillo che farebbero della sua forza politica un movimento omofobo, razzista, fascista in senso lato, dato che non lo considero tale, e tale in effetti non è.
Penso invece alla facilità spregiudicata con cui si costruiscono e smontano ipotetiche coalizioni a uso e consumo di telecamere e taccuini, contribuendo intanto a rafforzare la tesi che il rapporto con il PD possa solo e comunque essere vissuto come male necessario, da cui liberarsi non appena si affacci l’ombra di una possibile, consistente alternativa.
Proviamo quindi a essere chiari.
Il PD lo conosciamo tutti, fin negli anfratti, fin nelle contraddizioni aperte dalla più infima delle sue sub-correnti.
Sappiamo che ha un vice-segretario liberista, una presidente beghina, un senza-carica di cui si è già detto ogni male, un segretario vorrei-ma-non-posso.
Sappiamo che è arrogante anche senza averne i mezzi, inchiodato da gruppi dirigenti avvizziti dagli anni, privo di un’identità non compromissoria, talvolta inaffidabile per eccessivo cinismo.
Ha appoggiato e appoggia Monti, e questa è un’aggravante che porta all’ergastolo, e ha dato fin troppo l’impressione di farlo con passione.
Non è la sinistra europea, e in questo è in buona compagnia, dato che quella italiana è fatta di senza famiglia, nè si propone di esserlo, anche se probabilmente ha smesso di credersi migliore, “più avanti”.
Ma resta l’unico alleato possibile per chi, qui ed ora, si ponga l’obiettivo del cambiamento del paese, in un quadro come quello dato, con una legge elettorale che favorisca o imponga la costruzione di coalizioni.
Anche perchè è il solo soggetto politico a cui si possa lanciare la sfida di un progetto che proponga al paese la via d’uscita francese dalla crisi, ponendosi in esplicito rapporto con l’esperienza di Hollande, non come forma di subalternità culturale, ma di riconoscimento dell’esigenza di rendere omogeneo il programma della sinistra continentale.
Il PD preferirà altre formule, più nazionali, ovvero segnate dal compromesso coi poteri immobili, con ideologie morte, con la forza dell’inerzia e della continuità?
Allora, in extremis, forse fuori tempo massimo, si potrà pensare a fare da soli, ad un soggetto autonomo del socialismo europeo, che si proponga esattamente gli stessi obiettivi che avremo lanciato al PD.
Ma questa soluzione, è bene dirlo, per essere credibile non avrebbe alcun rapporto, non solo con Grillo, ma nemmeno con Di Pietro, che in Europa sta coi liberali, ma sarebbe considerato un populista di destra in qualsiasi paese dagli Urali all’Atlantico.

giovedì 19 luglio 2012

La democrazia del PD


Quello andato in scena all’ultima assemblea nazionale del PD non è stato un bello spettacolo, nè per il partito che se ne è reso protagonista, nè per l’intero centrosinistra, qualsiasi cosa questo oggi significhi.
C’è una questione di merito, ovvero la possibilità che una vittoria delle forze progressiste porti finalmente i diritti delle persone, e quindi la possibilità di veder riconosciuto fino in fondo il principio di uguaglianza, indipendentemente dall’orientamento sessuale e dalle preferenze religiose, al livello ordinario dei paesi occidentali.
E c’è una questione di metodo e di concezione della politica e della democrazia, dato che si è sancito per l’ennesima volta come nel PD sia letteralmente impossibile votare su documenti e proposte prive dell’imprimatur unanime di organismi dirigenti ristretti.
Davanti a questo fatto nulla conta quanto sia avanzata e coraggiosa la proposta della segreteria o dei suoi derivati, poco o niente in questo caso, perchè si afferma d’autorità l’impossibilità di giudicarla o di verificarne il livello effettivo di consenso.
Si dirà che il funzionamento di un partito riguarda i suoi iscritti, e che comunque il dibattito nel PD è libero e aperto come in nessun’altra organizzazione politica italiana.
Non credo siano vere l’una e l’altra affermazioni.
Nel momento infatti in cui si ipotizza un’alleanza di centrosinistra, di cui il PD sarebbe evidentemente il perno, le sue modalità di costruzione della decisione politica diventano anche un mio problema, perchè è con quelle modalità che domani dovrò interloquire.
Quanto alla libertà del dibattito, questa non è mai tale fino in fondo, e forse nemmeno dal principio, se vincolata dall’esito obbligato del consensus delle oligarchie.
Nel PD forse si discute moltissimo, nel senso che ognuno fra gli aventi parola è libero di spargerla a piene mani e pubblicamente, ma si decide poi insieme in un lavoro attentissimo di calibratura meticolosa delle differenze, necessariamente blindato e intoccabile.
Questo sistema produce sistematicamente difficoltà enormi nei rapporti con ogni ipotetico alleato, poichè ogni accordo preso a livello di coalizione rischia di rimettere in discussione l’accordo preventivo fra i dominus democratici.
Accordo scaccia accordo, con il caos come risultato.
Di qui la passione per un’alleanza “equilibrata”, dove al PD si associno altre forze reciprocamente antagoniste e di pari forza, che garantiscano, elidendosi a vicenda, l’identità perfetta fra equilibri interni e di coalizione.
SEL e UDC, per fare un esempio non a caso.
Bene, io chiamo questa cosa antipolitica.
Non perchè ritenga necessariamente impossibile costruire un progetto per il paese che comprenda anche molte contraddizioni, ma perchè credo che queste vadano sciolte, non assunte come strumento al servizio di una perenne mediazione fra oligarchie.
Perchè sono convinto che l’Italia, questa Italia, abbia bisogno di essere interpretata e rappresentata, non messa sotto tutela da un ceto separato.
Perchè, infine, il peggior danno che i partiti possono fare in questo momento alla democrazia è negare la democrazia al proprio interno, alludendo all’idea che il voto sia l’anticamera del male, la rottura dell’armonia naturale, quasi un’irruzione aliena.
Infatti, così addestrati, vanno avanti a votare a colpi di fiducia provvedimenti a cui poi, la notte, si sognano contrari.

venerdì 13 luglio 2012

A che punto siamo


Berlusconi torna in campo, e questa non è una notizia, dato il suo carattere di leader reale e indiscusso del centrodestra, nonchè i rovesci che hanno accompagnato nei mesi di ventilato ritiro le sue creature economiche e politiche.
Mediaset crolla in borsa e negli affetti degli inserzionisti, il PDL si riduce a striminzita arena di contesa per correnti prive di nobiltà e prospettiva.
Sarà da vedere quanto il Cavaliere sia rimasto nel cuore della maggioranza degli italiani, ma di certo non farà peggio di successori designati e aspiranti.
La Lega esce dalla stagione del parricidio e delle purghe stanca e avvelenata, priva di un orizzonte diverso da quello attualmente incarnato dai Tosi e dagli Zaia, di banale, discreta amministrazione in salsa verde.
Un po’ poco per aspirare a riconquistare rapidamente un ruolo nazionale, soprattutto se sarà confermato un sistema elettorale che la ridurrà nuovamente ad ancella del berlusconismo.
L’UDC si guarda intorno smarrita, incredula di aver riacquisito centralità politica un minuto dopo essere stata demolita dall’elettorato, senza aver prodotto nulla di diverso da una profferta di alleanza al PD.
Miracoli dell’incontro fra scuola democristiana e doposcuola comunista.
Il PD fa il PD. Robusto, affidabile, incolore. 
Ha voti consolidati e moderata capacità di espansione, gruppi dirigenti intemedi rodati, capacità di reggere l’inconcludente rumore del proprio dibattito interno, abitudine al potere e alla sua assenza, e soprattutto uno stomaco di ferro. 
Ha un solo problema. 
Non avendo alcuna identità politica, assumerà giocoforza quella di chi gli sarà vicino. 
Il PD, dal punto di vista dei voti e dell’organizzazione, è la coalizione, ma dal punto di vista del profilo la coalizione è i suoi alleati. 
Quindi, quando c’è di mezzo il PD, tralasciare il tema delle alleanze è un non-sense, perchè solo queste danno significato a quella che altrimenti è una potente cacofonia.
L’IDV è un magma incomprensibile contenuto dalla capacità di Di Pietro di ricavare consistenti rendite elettorali posizionandosi e ricollocandosi nei segmenti vuoti dello spazio politico. 
L’impressione è che oggi il gioco sia molto più in crisi di quanto possa apparire, per la ripresa della sinistra, che non può tuttavia contare su simili risorse e visibilità, e il boom del M5S.
SEL rimane lo snodo essenziale della politica italiana, perlomeno sul versante del centrosinistra. 
Non è chiaro di quanti consensi possa disporre, è debolissima sul piano delle risorse materiali, dell’organizzazione e delle relazioni, così come ha alcune evidenti difficoltà di collocazione strategica. 
Ma ha un leader riconosciuto e un’identità immediata, e questo significa chiarezza. 
E’ il contrario del PD, a cui sta come un accento ad una lunga parola afona, carica di significati repressi.
Soprattutto, dalle sue scelte prossime potrà dipendere il futuro della sinistra e probabilmente il profilo del governo del paese, a patto che si liberi dal condizionamento paralizzante del terrore di sbagliare.
La FDS forse resiste, come ogni altro presidio di nostalgie e memorie.
Il M5S è, pare, al 20%, maturato nell’idea che la politica nulla possa, se non far danni. Fino a questo momento, sul piano locale, ha sempre dimostrato di sapere consolidare e incrementare i consensi attribuitigli dai sondaggi. Se così fosse, si dimostrerebbe che in Italia la propensione al voto è tanto forte da portare alle urne anche chi si asterrebbe in qualsiasi altro paese democratico. Questo è un bene, ma niente di più. Molti voti per nulla.
Questo è il quadro per cenni ed impressioni. 
Brutto e scomposto, fatto di debolezze, furbizie e disperazioni.
Chi vincerà? Qualcuno di questi, ma nessuno come loro. 
Vincerà chi per primo troverà un’anima, perchè potrà promettere di restituirla ad un paese che smarrito la sta cercando.

sabato 7 luglio 2012

Monti non è la Thatcher. La fa, e in mezzo c'è il mare.


La Grecia è stata governata dalla troika straniera. 
L’Italia non ha subito la stessa umiliazione. 
I commissari sono stati scelti in loco, e imposti a un Parlamento che ha consegnato loro la propria dignità, in cambio del diritto ad un’indecorosa sopravvivenza.
La prima finanziaria di Monti, con l’attacco al sistema pensionistico, la riforma del mercato del lavoro, e oggi la seconda finanziaria, che nell’ennesima neo-lingua italiana diventa Spending Review, il cui asse è il taglio di sanità, sistema giudiziario e personale della PA, rappresentano un potente attacco ad ogni possibilità di cambiamento reale del paese, che viene invece lacerato come una coperta vecchia buona solo per il rattoppo.
Monti non sta salvando l’Italia, come ripete senza sosta un’informazione mai così di regime. Ciò che sta facendo è costringerla a forza nei teoremi e postulati di un’ideologia sconfitta dalla storia, ma ancora viva nelle menti delle burocrazie finanziarie italiane e internazionali.
Pensare di salvare l’Italia con gli optimates, con la sospensione de facto della democrazia, secondo la teoria che la partecipazione popolare non sia altro che un vulnus alla razionalità perfetta delle scelte, è pura e semplice follia.
Ciò che oggi stiamo vivendo non è una stagione di riforme, anche dolorose, ma una riscrittura formale di norme e tabelle contabili, senza alcuna considerazione dell’impatto reale che questa avrà sulla società italiana.
Monti non è la Tatcher, che ha stravolto la Gran Bretagna a partire da un progetto politico e da un conflitto durissimo che su questo si è innervato, e che ha generato gli attori del cambiamento, per quanto perverso.
Monti fa la Tatcher, per averne letto sui libri, e appoggiandosi alla parte peggiore della società italiana, quella per cui l’unica cosa che deve restare intatta è la rete del capitalismo relazionale e delle rendite che ne derivano.
Quella per cui andava bene l’esplosione del debito pubblico, perchè garantiva uno stato sociale a costo zero per le loro tasche, e oggi va altrettanto bene il suo taglio verticale, perchè hanno tasche abbastanza capienti per fare da sè.
Quella per cui andava bene l’IRI, quando si trattava di investire, e ancor meglio il suo smantellamento, per acquistare a prezzi di saldo nei settori garantiti, per poi incassare generose plusvalenze nella deindustrializzazione del paese, da investire in nuove, vecchie rendite.
Quella che dovrebbe essere il nemico giurato di ogni liberista, e che invece incassa applausi quando attacca e mette alla berlina i suoi politici maggiordomi, i sindacati, i lavoratori e i loro diritti, i dipendenti pubblici, la stampa non asservita, ma beneficiata da briciole di finanziamento pubblico.
O si fa scudo dell’artigiano evasore, per dire che lì c’è l’evasione, o del tassista burino, perchè lì c’è la rendita.
E che ha preferito Berlusconi, perchè in definitiva si faceva i fatti suoi, e coccolato la Lega, come oggi coccola Grillo, perchè non c’è nulla di meglio che un rivoluzionario che sbaglia bersaglio, e vezzeggiato la Sinistra di Governo, sempre pronta a qualsiasi genuflessione in  cambio di una pacca sulla spalla e di una gita nell’Italia che conta.
Oggi stanno tutti con Monti, perchè il conto della loro rapina lo fa pagare ad altri, e perchè garantisce che il prezzo politico di chi teorizza che il consenso sia un orpello fastidioso e non il cuore della democrazia si scaricherà per intero sulla sinistra, e quindi su qualsiasi ipotesi di cambiamento reale.
Bersani guarda i sondaggi e si vede al governo, con qualsiasi schema e alchimia.
Difende anche lui una rendita, il suo 20-25%.
Crede di poter scegliere alleati e interlocutori, di avere su di sè la responsabilità di salvare le istituzioni dal populismo, accarezza l’idea di una campagna elettorale in cui si scontrino europeisti e anti-europeisti, per poter ancora una volta parlare d’altro.
Vede lo smarrimento del paese davanti ad una politica governativa condotta col piglio dell’ecatombe sacerdotale, ma evidentemente è abituato a temere i sacerdoti.
Intanto vota e borbotta, borbotta e vota, ogni tanto impreca, ma senza darlo troppo a vedere.
Lasci perdere, e guardi immediatamente alla sua sinistra, perchè questo paese ha un disperato bisogno di cambiamento, ma ogni giorno, al ritmo dei sacrifici, il vecchio sta seppellendo il nuovo.
E col vecchio non si cambia proprio nulla.