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domenica 2 dicembre 2012

Per un giorno, tutti con Bersani


Il secondo tempo delle primarie ci ha mostrato cosa queste sarebbero state fin dall’inizio senza la presenza di Nichi Vendola.
Una guerra feroce per bande all’interno del PD, con un’attenzione ai contenuti vicina allo zero e una spasmodica, a tratti violenta, attenzione alle “regole”, che poi altro non sarebbero che i paletti che tentano approssimativamente di circoscrivere il campo del centrosinistra.
Renzi l’avrebbe voluto da subito molto ampio, confidando nella sua capacità di attrarre elettorato dal disastrato centrodestra italiano, Bersani limitato al pur non trascurabile ambito del centrosinistra, per ragioni logiche, oltre che politiche, che tutti possono ben comprendere e condividere.
Si tratta di permettere alle primarie di essere ciò per cui sono nate, uno straordinario strumento di delega al nostro popolo della scelta di interpreti e indirizzi della politica, e non  una zattera gettata a chi dall’altra parte pensa di poter solo scegliere da chi essere sconfitto.
Alla fine quindi domani non si tratterà di scegliere fra due programmi, nè di sostenere il meno peggio, nè di partecipare per dare un segno di attenzione ad uno spettacolo che francamente non ha avuto da sette giorni nulla di edificante.
Si tratterà invece di votare per chiudere definitivamente la stagione della sinistra in maschera, occultata dietro idee, volti e linguaggi presi in prestito, per rivendicare il nostro diritto di chiedere al paese un voto per uscire dalla crisi.
Bersani può essere la persona giusta per farlo, perchè, nonostante le mille ambiguità e tentennamenti, e nonostante Monti, gli vanno riconosciuti coraggio e tenacia nel costruire una via d’uscita a sinistra dal berlusconismo e dal governo tecnico.
Lo dimostrano il baricentro dell’alleanza, di cui SEL non può essere considerata un elemento estetico, bensì la più evidente e materiale dichiarazione d’intenti, e la resistenza alle sirene del Monti dopo Monti, risuonate con forza in questi mesi dentro e fuori il PD.
Bersani ha dimostrato in queste settimane di aver colto il carattere strutturale della crisi economica, e di aver individuato il nesso profondo fra questa e l’aumento delle diseguaglianze, che ne rappresentano insieme la causa e l’effetto.
Ha parlato di lavoro e reddito come punti di partenza di ogni ipotesi di ripresa e non come variabili del ciclo economico.
Bersani non era per me il miglior candidato possibile alla presidenza del consiglio, perchè preferisce la sfumatura al tratto nitido che la gravità dei problemi in campo richiederebbe.
Ha tuttavia compreso quale sia il tempo in cui viviamo, mentre Renzi corre rapido con la testa voltata all’indietro.
Per questo oggi non avrò alcuna difficoltà a dare il mio voto a Pierluigi Bersani, ma lo farò con piacere, per costruire da domani affianco a lui un paese migliore.

lunedì 22 ottobre 2012

Due primarie in una


Il momento iniziale delle primarie del centrosinistra ha evidenziato un’unica certezza.
Le primarie sono due, con agende e obiettivi diversi, diverso seguito sui media e protagonisti che si intrecciano.
La prima vede la partecipazione solitaria di Nichi Vendola, si svolge fra teatri, piazze e palazzetti affollati, percorre le strade della crisi globale e del suo possibile superamento, della nuova centralità del lavoro come via di uscita necessaria dal nichilismo finanziario, della modernità che stringe welfare, diritti, green society.
La seconda trova ogni giorno uno spazio nelle prime pagine dei grandi giornali e nell’informazione televisiva, muove grandi analisi e attenzioni, coinvolge Renzi e Bersani ed ha come unico punto di contesa chi e come comanderà nel PD.
Lo scontro si snoda fra contesa sulle regole e sulle prossime candidature, sul giudizio sul passato molto più che su un’idea di futuro, con le prospettive del partito sopravanzanti e di molto quelle del paese.
Questo dualismo rischia di nuocere alle primarie, riducendo a sterile lotta di potere quello che dovrebbe e può di certo essere un appuntamento decisivo per far maturare e vivere una credibile proposta di governo per il cambiamento, di cui l’Italia ha senza dubbio un disperato bisogno.
Nessuno sa ancora nulla di ciò che Renzi immagina per l’Italia, se non se stesso premier e D’Alema fuori dal Parlamento, insieme a una rimescolata di idee miracolosamente scampate al naufragio dei campioni sinistri degli anni ’90, naturalmente inattuali, ma ancora buone per una copertina.
Di Bersani è nota la storia, la volontà di rientrare nel solco attuale delle socialdemocrazie europee, ma senza esagerare e con un occhio alla specificità italiana, l’attitudine a considerare se stesso al comando, perchè è così che deve essere.
In comune hanno la volontà dichiarata di chiudere con Monti, ma sottraendosi al dovere di trarre un bilancio sull’esperienza del governo tecnico, come se questo fosse stato un evento naturale, e non un elemento di svolta con cui è obbligatorio confrontarsi, pena l’ulteriore decadimento del dibattito pubblico italiano.
Rimane Vendola, di cui è assolutamente chiaro e noto il giudizio sull’esecutivo in carica, sulle sue misure, e su ciò che di queste bisognerà fare, che esprime un’identità e un programma nitidi e un’opzione non reticente sul centrosinistra come spazio possibile dell’alternativa, ma che proprio per questo nel contesto dato rischia paradossalmente di apparire l’unico candidato delle primarie sbagliate.
Il problema è che primarie indirizzate e condotte secondo l’agenda Renzi non sono solo inutili, ma dannose, perchè come la moneta cattiva scaccia quella buona, un dibattito sul nulla alimentato da conflitti intestini impedisce di mettere a fuoco il problema centrale, che è e dovrebbe rimanere il ruolo europeo e quindi italiano nella crisi economica globale.
Per questo il centrosinistra, come ipotesi autonoma e innovativa di governo, uscirà più debole da primarie che si ostinino a pestare acqua nel mortaio del rinnovamento estetico, delle strizzate d’occhio ad un’antipolitica autoassollutoria, degli scontri autoreferenziali sulle regole.
Per questo Bersani, come segretario del primo partito della coalizione e autorevole, aspirante candidato premier, deve dare rapidamente una sterzata, iniziando a parlare di programmi e soprattutto a privilegiare il confronto con chi, come Vendola, di questi parla da sempre, anzichè accettare il gioco di chi lo vuole costantemente impegnato nella marcatura del sindaco di Firenze.
Le primarie forse rimarranno due comunque, ma sarà almeno più chiaro in quale si gioca il destino del centrosinistra e forse un poco dell’Italia.

sabato 8 settembre 2012

Bersani, Renzi e l'alternativa possibile


A Matteo Renzi va riconosciuta una cosa.
Ha avuto il coraggio di lanciare una sfida aperta al complesso gioco di equilibri che regge e incastra le grandi e piccole nomenclature del PD, anche se va ricordato che ha immediatamente ricordato di volerci poi rientrare da protagonista, chiedendo un riequilibrio del partito sulla base dell’esito delle primarie.
Il gioco della rottamazione, ridotto al suo nocciolo essenziale, è in fin dei conti questo. Costruire una corrente che prima non c’era sulle ceneri di quelle già esistenti, andando oltre e riaggiornando la geografia interna del PD, ancora direttamente determinata da cordate ereditate dalla prima repubblica.
Comunque vadano le cose, le primarie per il Partito Democratico saranno quindi uno shock, perchè sull’onda di una guerra lampo dai contorni incerti salteranno o saranno messe in discussione molte rendite di posizione accuratamente costruite e custodite.
Questo lo hanno capito bene i renziani, all’attacco con ambizione, e il resto del mondo, stretto attorno a un Bersani trasformato suo malgrado nel rifugio peccatorum dei conservatori.
E’ un paradosso, ma una parte delle primarie, che decideranno il futuro del centro-sinistra, si giocherà quindi secondo il più classico degli schemi da congresso di partito, con l’obiettivo del rinnovamento dei gruppi dirigenti sopravanzante, e di molto, la contesa sulla proposta politica.
Il problema è che questo schema trova terreno fertile in un paese in cui da tempo il neo-conservatorismo impone la chiave di lettura per cui all’origine della crisi non starebbe lo spartito, ma gli interpreti.
E’ un gattopardismo 2.0, in cui è necessario che i volti cambino, perchè nulla cambi negli equilibri reali del potere italiano.
Renzi è un giovane blairiano fuori tempo massimo, Bersani un vecchio socialdemocratico di ritorno.
Renzi interpreta una proposta politica che in qualsiasi sinistra europea è abbandonata nell’armadio degli errori fatti, ma non appartiene a “quelli che in questi 20 anni hanno distrutto l’Italia”.
Bersani insegue zavorrato dai tanti Letta del PD la linea di Hollande, ma era lì, presente e protagonista negli anni della gogna, e con lui la lunga litania dei suoi sostenitori.
Chi pensa che prima o poi nella contesa i contenuti si imporranno decisamente sui narratori non ha letto nulla del contesto costruito dalla grande stampa, non si è interrogato sulle ragioni insieme profonde e superficiali dell’esplosione del M5S, non ha riflettuto abbastanza su quanto profonda sia la crisi di credibilità della classe politica.
Nichi Vendola, che si vuole emarginato in primarie trasformate in un congresso-OPA del PD, può intervenire a questo punto del discorso.
Non ha mediazioni al ribasso da cercare sul piano dei contenuti, non ha un partito da offrire come terreno di conquista, può esibire nodi di classe dirigente qualificata e non compromessa.
Può incarnare insieme la pienezza della proposta dei progressisti europei e un’ipotesi di cambiamento da sinistra del paese, ma anche l’idea vitale che queste possano innestarsi su una nuova generazione prestata alla politica.
E’ in sintonia con la modernità della crisi molto più di quanto lo sia Renzi, con il suo montismo superficiale, i suoi Marchionne e Ichino, la sua ambizione debole a continuare la farsa del potere impotente.
Ma può anche essere il grimaldello che scioglie i nodi del sistema linfatico bloccato della sinistra italiana, tanto odiato perchè specchio di un paese incapace di offrire le più elementari opportunità, inchodato nelle logiche dell’attesa e della cooptazione.
Non ha bisogno di rottamare nessuno, perchè il suo obiettivo non è fare spazio nel PD a gente stanca di prendere la rincorsa senza avere il coraggio del salto, ma può con educazione indicare a molti la strada di un meritato riposo.
E poi, a questo punto, rischia di essere l’unico in grado di salvare le primarie dal PD e il PD da se stesso.

sabato 4 agosto 2012

Cara sinistra, la partita è tutta nelle nostre mani. Troviamo il coraggio di scoprirle forti.


Il peggior nemico del cambiamento è l’assenza di chiarezza, l’impossibilità di cogliere nitidamente un progetto fra la polvere alzata nelle mille giravolte della politica.
Nella nebbia si improvvisano fari quelli che urlano grida secche anche se scomposte, mentre ogni accordo, mediazione, dialogo diventa sotterfugio e scambio, alimentando il senso diffuso di sfiducia e rancore, che radica il populismo.
Per questo, prima di ogni altra valutazione, va accolta con favore la novità dell’ultima settimana, l’alleanza finalmente dichiarata fra PD e SEL, aperta al contributo dei movimenti e delle migliori esperienze civiche, con l’obiettivo esplicito di governare il paese nell’alveo del progressismo continentale, e con primarie da tenere entro l’anno per trasformare in programma le velate suggestioni circolate in questi giorni.
Si sceglie quindi di chiudere l’esperienza Monti, nonostante l’insistente, martellante campagna di stampa a favore della continuità condotta da tutti i principali media italiani, senza anatemi, con i più sentiti ringraziamenti, o i più sinceri fischi, e di andare oltre, verso Parigi assai più che Berlino.
Questo dice la scelta di Bersani di aprire in compagna di Vendola, che nessuno, proprio nessuno, può accusare di timidezza nell’opposizione al governo in carica, la strada del centrosinistra.
Un centrosinistra esplicitamente aperto al dialogo politico, finanche alla collaborazione su temi di comune interesse, con l’UDC, tanto per dare un nome alle perifrasi bersaniane, in una temperie storica che, in particolare sul tema cruciale del significato europeo, non vede un lineare sereno all’orizzonte.
Ovvero l’inversione dell’approccio seguito nell’ultimo ventennio dalle correnti maggioritarie della sinistra italiana, D’alema per intenderci, che dall’accordo strategico col centro avevano fatto l’elemento centrale della loro linea su alleanze e programmi.
In questo percorso si esclude l’IDV, non per una preclusione sui temi programmatici, che quel partito ha condiviso con SEL, in quest’ultima fase del periplo dipietresco, ma per l’impossibilità di addensare una seria prospettiva di governo con chi, in tutta evidenza, non riesce ad abbandonare la tattica della guerriglia contro gli alleati, a mero scopo di visibilità.
Così si sarebbero potuti leggere i giorni a cavallo di luglio e agosto, senza eccedere in forzature ottimistiche, solo per stare a fatti e dichiarazioni.
Nell’Italia in cui il retroscena ha sostituito la cronaca, e quindi, per inciso, l’interpretazione giornalistica il libero giudizio sugli eventi, si è invece parlato d’altro.
L’alleanza di ferro è quindi fra Casini e Bersani, con l’obiettivo di un Monti oltre Monti, e Vendola, privato dell’usbergo di Di Pietro, si presta, per cinismo o ingenuità, alla parte dell’utile idiota, o dell’agnello sacrificale.
In queste tre righe, che riassumono due giorni di guerra lampo giornalistica, che prepara un conflitto di lunga durata, sta il tentativo del partito montiano, naturalmente alleato del narcisismo fustigatore travagliesco, di generare una profezia che si autoavvera, giocando su terrori e tremori dell’elettorato di sinistra di questo paese.
Nessuno è infatti tanto ingenuo da non vedere i rischi insiti in un tentativo tanto generoso quanto pericoloso, aperto a infinite incognite, prima fra tutte l’andamento della crisi finanziaria, che potrebbe riconsegnare alla politica un paese commissariato di diritto, oltre che di fatto.
Proprio per questo nessuno è nemmeno autorizzato a pensare che esistano oggi soluzioni precostituite, messe al riparo dalla prova elettorale.
Se il risultato di Vendola prima e soprattutto di SEL poi sarà positivo, al punto da raccogliere fino in fondo i voti della sinistra italiana, il nostro paese potrà conoscere una stagione analoga a quella aperta in Francia dai socialisti e da Hollande.
Se, come auspicato da tutti i fan della continuità di governo o della continuità di opposizione, andrà diversamente, con una vittoria mozzata del centrosinistra e SEL ridotta a livelli impalpabili, potremo goderci 5 anni di Monti e 5 anni di grillismo d’opposizione, ovvero 5 anni di Monti.
Da questo punto di vista SEL, un’idea di partito raccolta finora intorno alla figura del proprio leader, è la chiave di volta della politica italiana.
SEL, non Casini, che oggi non conta nulla e che ha in mano solo il jolly della sopravvivenza e dell’attesa.
Questo i nostri avversari l’hanno capito benissimo, e dopo aver provato a suggerirci la via dell’angolo dorato del fronte dell’opposizione, oggi tenteranno di sterilizzarci nei consensi, puntando a metterci sulla difensiva, a moderarci, ad additarci come traditori.
Noi non abbiamo nulla di cui difenderci, nessun bisogno di moderazione, la forza della coerenza, dell’insistita coerenza nel voler portare al governo la sinistra italiana, quella che siamo e quella che ancora non siamo.
Sarà una partita durissima, ma è quella che abbiamo scelto di aprire e giocare, e nessuno ci aveva garantito nulla di diverso.
Ora che è tutta nelle nostre mani ci servirà il coraggio di scoprirle forti.

venerdì 29 giugno 2012

Italia, Europa, 2012. E io devo avere paura di Casini?


Abbiamo rimesso l’UDC, un partito uscito dalle amministrative conscio solo della propria irrilevanza, al centro della sceneggiata politica.
Come è potuto succedere?
Per il vecchio vizio della sinistra di innamorarsi tanto delle proprie idee da concedere loro un’ultima possibilità anche post-mortem.
Così Bersani, che aveva corteggiato senza risultati Casini per l’intera durata della legislatura, quando il Terzo Polo poteva veleggiare al vento della stampa amica e dei soliti sondaggi, ha potuto scambiare la mano disperata che chiede aiuto per quella vigorosa che lo offre.
E tornare immediatamente al solito, vecchio, tranquillizzante schema del grande partito popolare alleato con le forze responsabili di progresso, SEL, e le migliori esperienze del cattolicesimo democratico e costituzionale, l’UDC.
E l’IDV? Che c’entra l’IDV, questo accrocchio nè laico, nè cattolico, nè di centro, nè di sinistra, senza alcun riferimento nelle grandi culture politiche del paese, questo Cimabue del grillismo, specchio del berlusconismo, pure un po’ volgare e cinico oltre misura?
Nulla, appunto, e quindi ignorato e espulso dai campi della Politica.
Che poi l’IDV sia parte integrante del centrosinistra materiale del paese, che ne abbia condiviso battaglie e valori, che abbia contribuito alle più belle pagine del centrosinistra municipale degli ultimi 5 anni non conta niente.
Prendiamoci il Casini imbolsito e restituiamogli la scena, a questo degno rappresentante dell’Italia di mezzo, molto più che di centro, quella fatta di rendite di posizione, di relazioni vischiose, spaventata dal rischio e avvinghiata ad ogni privilegio, genuflessa alle gerarchie cattoliche, sempre in cerca di un’occasione molto più che di un’opportunità, che quando di ce meritocrazia guarda sempre e solo in basso, perchè altrimenti prevale il tengo famiglia.
Un impasto indigeribile, che ha consumato lo stomaco del paese per decenni, da cui sarebbe bene stare molto lontani, se non altro per una questione di igiene politica.
Ma detto questo, veramente dobbiamo avere paura di questa roba qui?
Veramente nell’Europa che sceglie Hollande, che vede traballare i conservatori tedeschi e britannici, nell’Italia di Pisapia, Doria, Zedda, De Magistris dobbiamo avere paura di questa roba qui, dobbiamo arrenderci all’idea che sia tanto velenosa da contaminare ogni cosa che tocca?
Per non parlare di quell’altro personaggio in cerca di autore, occasionalmente sindaco di Firenze.
Io non ho paura, perchè credo che la sinistra sia soprattutto coraggio, capacità di tenere lo sguardo dritto sul futuro, anche e soprattutto quando alle spalle la casa brucia.
Io voglio il cambiamento ora, perchè i prossimi anni saranno quelli che segneranno la strada per quelli a venire, e non li voglio passare in panchina, a bestemmiare sull’incapacità di quelli in campo.
Io credo nelle mie idee, perchè ci credevo anche quando dicevano che erano fumisterie, e quelli che sapevano dove andare ci portavano esattamente dove siamo, al punto più basso consentito alla pace.
Non ho complessi di identità, non mi sento solo, non devo chiedere ad altri qual’è la direzione, perchè l’ho già scoperta insieme alle lavoratrici e ai lavoratori italiani, ai precari, ai disoccupati e agli eterni cassintegrati, al movimento delle donne e a quello contro le guerre, ai senza diritti e ai senza famiglia, a quelli condannati ad un’eterna gioventù e a quelli per cui la vecchiaia è una condanna.
So che sono forte, ma anche piccolo e fragile, perchè in questo paese la crescita improvvisa è consentita solo a chi è pronto a indossare la maschera eterna del gattopardo, e quindi ho bisogno di appoggiarmi anche ad altri, anche a chi crede di aver trovato in Casini un nuovo Moro.
A me Casini, sia detto con rispetto, fa brutto, ma proprio brutto. Ma mi rifiuto di considerarlo un mio problema.

domenica 24 giugno 2012

Dice Bersani. E parla d'altro.


Dice Bersani che Berlusconi pensi al voto anticipato in autunno.
Dice Bersani che lo faccia candidandosi a interpretare la montante ostilità per l’Euro.
Dice Bersani che tutto questo è irresponsabile, perchè i mercati giudicherebbero negativamente tanto le elezioni in ottobre, quanto il ritiro nella Lira del paese.
Dice Bersani che domani il PD vincerebbe facile, ma che non vuole farlo sulle macerie del paese.
Quello che non dice è cosa cambierebbe fra domani e dopodomani, dato che, nonostante i tremori del PD, al voto in primavera bisognerà pur andarci, e quale sia il vantaggio di concedere 6 mesi in più ad un governo incapace, sostenuto da una maggioranza inerte, con la spada di Damocle di una sempre viva alternativa parlamentare PDL-Lega.
Quello che non dice è che ai mercati nulla importa del sig.Monti, del sig.Rajoy e della sig.ra Merkel, ma solo di sapere a quali condizioni potranno fare business nei prossimi anni, e questo nell’Europa, e quindi nel mondo odierno, non è dato conoscerlo, dato che i mercati producono incertezza e che la politica si è ritirata, divisa e aggrovigliata.
Quello che non dice è cosa saprà contrapporre il centrosinistra alle pulsioni neo-nazionaliste di Berlusconi, fatte apposta per recuperare su un terreno fertile un rapporto politico con la Lega, e persino col M5S, che dell’ostilità all’Euro e alla plutocrazia del debito farà la propria bandiera elettorale.
Sapendo che i neo-nazionalisti già governano la Germania, e che quindi il futuro della UE non può passare da un cedimento o da una mediazione al ribasso con le attuali posizioni tedesche, come giustamente intuito e ribadito tanto da Hollande, quanto da Syriza.
Il non-dire è stata d’altronde la cifra identitaria del PD, ciò che gli ha permesso di aggregare le contraddizioni senza mai scioglierle, se non nell’affermazione della propria diversità estetica dal carnevale berlusconiano.
Oggi non solo non basta più, ma diventa un ostacolo per chi cerchi un’uscita in avanti dalla crisi del paese e della UE.
Noi abbiamo infatti bisogno di qualificare, di aggettivare tre parole chiave, che in assenza di ulteriore denominazione rimangono cariche di una pericolosa ambiguità.
Queste parole sono crescita, cambiamento, Europa.
Fuori da qualsiasi suggestione, in assenza di crescita non c’è infatti nuova occupazione, nè mobilità sociale, nè equilibrio finanziario di breve e medio termine, nè tenuta del welfare. 
Questo, in un quadro di disoccupazione giovanile al 30% e di allungamento della vita lavorativa, è semplicemente folle.
Ma la crescita va aggettivata, perchè si tratta di comprendere se a generarla debba essere il mercato o la spesa pubblica, quale ruolo debbano avere industria e ricerca, il rapporto fra esportazioni e domanda interna, le basi sociali e ambientali su cui innervare l’economia, la politica fiscale.
In questi ultimi anni l’unico spazio in cui si sia sviluppato un dibattito su questi temi è la relazione fra FIOM e Marchionne, che la politica, e il centrosinistra in particolare, ha volutamente ignorato.
Occorrerà quindi ripartire da li, e farlo con una scelta che non può essere mediata.
Il cambiamento è ciò che in Italia vogliono tutte e tutti, al punto da farne un’arca che può imbarcare qualsiasi avventura e gattopardo.
Per questo è da rigettare l’allusione vuota alla voglia di cambiare, senza riempirla di contenuti netti e determinati, che chiariscano rapidamente che la sfida non è sul tasso di novità e alterità, ma sul senso di marcia che si vuole imprimere al paese.
I francesi hanno scelto Hollande, perchè ha dato un significato profondo e comprensibile alla parola cambiamento.
Se la gara fosse stata alla radicalità della svolta, Marine Le Pen non avrebbe avuto concorrenti, perchè sfido chiunque a sostenere che quello al FN sia un voto conservatore.
L’Europa, infine, che oggi appare una gabbia, nemmeno troppo dorata.
L’UE odierna somiglia sempre più al NAFTA degli anni ’90, con la Germania nella posizione degli USA. 
Il NAFTA appartiene alla storia, e a queste condizioni l’UE rischia la stessa fine, ma con ripercussioni assai peggiori sugli equilibri locali e globali, perchè la Germania non ha la proiezione strategica degli USA, e perchè l’Euro non è un semplice accordo sul cambio fisso, ma la seconda moneta mondiale.
Occorre tuttavia sapere che l’attuale posizione tedesca, con il suo corollario di pareggi di bilancio e fiscal compact, rende il quadro attuale insostenibile sul breve periodo.
Affrontare la prossima campagna elettorale alla greca, invocando sic et simpliciter un referendum sull’euro a favore del centrosinistra, date le ambigue posizioni berlusconiane, sarebbe quindi un doppio suicidio, perchè rischierebbe di non incontrare il favore dell’elettorato, ma soprattutto perchè non chiarirebbe l’opposizione italiana agli attuali equilibri europei.
Noi dovremmo rilanciare sugli Stati Uniti d’Europa, come spazio politico in cui riaffermare welfare e democrazia, realizzando un’alleanza esplicita con la Francia socialista e con i paesi mediterranei.
La prossima campagna elettorale si giocherà sulla capacità di interpretare questi tre temi.
La mia impressione è che nel centrosinistra non abbiamo nemmeno cominciato, con l’eccezione parziale di SEL.
Il PD non comincerà nemmeno, perchè cerca sintesi dove servono scelte, da cui dovrebbero derivare sintesi al quadrato.
Prendiamoci l’estate per discutere e pensare. 
Intanto fissiamo la data delle primarie.

giovedì 22 marzo 2012

Il gioco è finito


E’ comprensibile che in una fase di drammatizzazione della crisi economica e politica italiana e internazionale il PD, su invito del Presidente della Repubblica, abbia dato il via libera al governo Monti.
Si poteva dar credito alla volontà di evitare un accanimento della speculazione finanziaria sul nostro paese, resa possibile dalla pervicace volontà della destra europea di non concedere margini di manovra alla BCE, mentre si negava da parte della stessa destra qualsiasi intervento risolutivo a favore della Grecia.
Allo stesso tempo il centrosinistra italiano aveva avuto la grave colpa di non costruire per tempo un serio progetto di alleanze e di governo, presentandosi così impreparato all’appuntamento con il crollo di Berlusconi.
In questo quadro è stato facile per Monti condurre una guerra lampo contro il sistema politico della seconda repubblica, e al tempo stesso giocare di sponda con Draghi per permettergli di iniettare per vie improprie liquidità nel sistema, a garanzia della tenuta della finanza pubblica europea, offrendo in cambio la riforma del sistema pensionistico italiano.
Si trattava di conquistare l’oggi per disegnare il domani, rispondere ai dettami della Merkel e contemporaneamente segnare il percorso verso una Terza Repubblica costitutivamente neo-liberale.
Il PD, e primo fra tutti Bersani, non ha capito questo gioco, che vede proprio in quel partito, e quindi nelle prospettive di governo della sinistra italiana l’obiettivo principale, o non ha saputo arginarlo a sufficienza.
Si è invece seduto a tavoli truccati sulla riforma elettorale, dando l’impressione di puntare contro i propri stessi alleati.
Ha permesso che riacquistasse spazio e visibilità la destra interna, ribattezzata montiana per l’occasione, senza difendere adeguatamente chi, come Fassina, altro non faceva che affermare la necessità di allinearsi ai percorsi di tutti i partiti della sinistra europea.
Ha dato l’impressione di farsi guidare da sondaggi fantasma, buoni per propagandare l’idea della disumana popolarità dei tecnici di governo.
Non ha saputo in definitiva uscire dal gioco di ruolo della politica italiana dell’ultimo ventennio, fatto di tatticismi, giravolte, fugaci innamoramenti e demolizione progressiva della democrazia, affogata nella misura oracolare del consenso.
Ora il gioco è finito, perchè si affonda la lama nella carne viva delle relazioni sociali, dei rapporti elementari di potere, della dignità del lavoro e in definitiva della civiltà per come la conosciamo, fatta di diritti e di spazi anche minimi di libertà nei luoghi di lavoro.
Questo significa abolire l’articolo 18 nel pieno della più grave crisi economica del dopoguerra, quando i rapporti di forza sono già sbilanciati oltre misura a favore del capitale, per chiamarlo come va chiamato.
Lo si fa peraltro nel peggiore di modi, con l’arroganza di chi non ha, nè vuole legittimazione popolare, perchè ritiene di avere già l’unica investitura che conta, quella dei mercati, delle accademie ammuffite, di una classe cosiddetta dirigente, ma che resta solo razza padrona e pure invecchiata male, con lo sguardo sempre rivolto all’indietro, incapace di cogliere il benchè minimo vento di cambiamento.
Ora, il PD è già morto, indipendentemente dai desideri di chi lo guida, abita o frequenta, perchè le modalità con cui è maturata la cosiddetta riforma del mercato del lavoro hanno solo ed esclusivamente questo scopo.
Il suo gruppo dirigente può scegliere di ignorare questo fatto ed esibirsi in funambolismi per tenere assieme i cocci di un progetto politico esaurito.
Oppure scommettere su quella maggioranza di italiani che nell’ultimo anno, dicasi 12 mesi, ha dimostrato di voler spendere il proprio voto e le proprie energie in un progetto di cambiamento, sul vento nuovo che ispira il socialismo europeo, sulla necessità evidente di ripensare un modello economico e sociale letteralmente catastrofico, e negare decisamente la fiducia al governo, portando il paese al voto.
Se lo farà subirà una scissione, dovrà affrontare una difficile campagna elettorale e rimettersi complessivamente in gioco, ma non cadrà, perchè anche se la politica sembra non essersene accorta l’Italia è cambiata.
E comunque avrà lasciato al popolo italiano la scelta su come usare la corda della storia.