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domenica 20 gennaio 2013

Il centrosinistra basti a se stesso ed al paese


Si apre la campagna elettorale per quella che potrebbe essere una fra le legislature più significative della storia repubblicana, inserita nel mezzo di una lacerante crisi economica e sociale, in un quadro di ridefinizione degli equilibri internazionali, al punto più basso di credibilità degli attori politici e delle istituzioni democratiche.
Non si apre bene, fra un PD che pare restituito alle sue storiche contraddizioni e balbettii, i prodromi di una rissa a sinistra feroce quanto sterile, la deriva autoritaria del M5S e la rinnovata carica della destra berlusconiana, troppo presto derubricata a ricordo, in un paese che in nome di un ipocrita anticomunismo ha saputo digerire cose ben peggiori dell’immoralità di Arcore.
In mezzo Monti, ancora convinto di dover salvare l’Italia da se stessa e di poterlo fare con i voti altrui, memore dell’antica massima per cui i voti non si contano, si pesano, e i suoi, modestamente, hanno un peso laico ed ecclesiale.
Non aiuta una legge elettorale costruita per esaltare ogni imperfezione del nostro bicameralismo perfetto, abbinando un abnorme premio di maggioranza alla Camera alla difficoltà estrema di garantirsi una maggioranza risicata al Senato, con un pugno di Regioni detentrici della sovranità di ultima istanza.
E quindi siamo qui, in un paese che ha sperimentato fino all’ultimo le ricette delle due destre italiane, a chiedere un voto per il centrosinistra giocando sulla difensiva, con un palpabile, crescente timore di non farcela, al punto di lasciar intendere che anche se ce la facessimo, nessuno si preoccupi, perchè faremo finta di niente.
Sia chiaro che se è una mezza vittoria che si vuole, questo è il modo migliore per ottenerla.
Il centrosinistra si è insediato con forza nell’elettorato italiano con le primarie, quando ha avuto la forza di mettere in evidenza la pluralità dei suoi contorni, e insieme la capacità di portarli ad una sintesi nitida.
Si sono visti allora protagonisti di storie diverse e portatori di sguardi diversi sul futuro mettersi insieme nella competizione per scrivere un progetto condiviso di paese.
Sono quello spirito e quei protagonisti che vanno recuperati rapidamente, oggi che di nuovo sembra prevalere il vecchio vizio della tattica e delle mezze parole.
Patrimoniale non è un insulto, ma la condizione di una maggiore equità fiscale; il mitico centro non è un’oasi a cui aspirare, ma un antagonista elettorale, e lo stesso vale per Ingroia e la sua compagnia, a cui si possono contendere i voti, non chiedere impossibili desistenze.
E non è possibile ignorare il Mali e l’intero Sahel per anni, e poi cavarsela con una fiducia incondizionata alla Francia, quasi che l’Africa subsahariana continuasse a essere il suo cortile di casa.
Io credo, e sono incrollabile in questo, che il centrosinistra rappresenti l’ultima speranza per l’Italia di imboccare una via di uscita dalla crisi diversa dalla demolizione dello stato sociale, dal ritorno ad un classismo teorizzato e praticato, dalla perdita di diritti e quindi, in definitiva, dall’aumento delle disuguaglianze come motore dello sviluppo.
Credo che sia possibile recuperare il filo di una ripresa che abbia al centro una crescente equità nel carico fiscale e nella distribuzione della ricchezza, che il welfare possa essere protagonista di una fuoriuscita positiva dalla recessione, che debba tornare a vedersi chiaramente una mano pubblica nell’economia, e che sia possibile fare questo nel quadro di un’Europa che ritrovi se stessa e investa in una maggiore integrazione democratica.
Sono altrettanto certo che rincorrere i fantasmi di una famiglia che non c’è più non la farà tornare in vita, quando invece sarebbe utile riallineare il cervello all’età in cui si vive e liberarne la ricchezza e la pluralità.
Credo anche che governare non sia una sfiga  a cui opporre scongiuri, ma la condizione per provare a realizzare quei progetti e valori a cui tutti a parole sosteniamo di richiamarci, e che ogni singola elettrice ed elettore della sinistra debba chiedersi se le è rimasto quel briciolo di speranza che ti fa dire proviamoci ancora.
Nelle prossime settimane di campagna elettorale vorrei parlare di queste cose, senza essere possibilmente boicottato da chi si adagi in uno schema che prevede per il PD l’inseguimento di Monti, e per SEL la baruffa a sinistra.
No grazie, vorremmo bastare a noi stessi ed al paese.

martedì 30 ottobre 2012

Piccole lezioni siciliane


Dicevano che la Sicilia fosse il laboratorio politico del paese, e c’è da sperare che si sbagliassero.
Si è infranto il muro del 50% dei votanti, e certo non per estrema soddisfazione per l’andamento delle cose.
Crocetta, senza dubbio un uomo della sinistra, sarà presidente senza una maggioranza certa e in virtù dell’alleanza con l’UDC, unico partito a poter vantare una cinquantennale consuetudine col potere isolano in tutti i suoi significati.
La destra si frantuma per non morire e c’è da scommettere che non lo farà.
La sinistra si assomma in se stessa e muore, dimostrando di aver capito molto poco della fase, prigioniera della propria idea di essere la sola, naturale depositaria del desiderio di alternativa, se libera dal compromesso con moderati di ogni risma.
L’alternativa è invece il M5S, tanto alternativo da candidarsi ad essere il miglior alleato di ogni conservatore, con la sua attitudine a sequestrare dalle dinamiche della democrazia grandi quantità di elettori, per rinchiuderli nel recinto autistico del vaffa.
Ne vediamo già i primi risultati, con la dichiarata indisponibilità assoluta al dialogo con Crocetta, che rischierà di rinchiuderlo ulteriormente nei meandri delle giravolte gattopardesche.
Così ora ci toccheranno i peana dei Fioroni di turno sulle meravigliose sorti dell’alleanza PD-UDC, e l’ennesimo esame di coscienza della sinistra, per cui pare sempre normale dividersi ferocemente nella quotidianità, unirsi nella paura a due mesi dal voto, per tornare a dividersi nell’ora che segue l’ennesima, inevitabile sconfitta.
Ora, per quanto mi riguarda, l’UDC sarà anche un buon compagno di strada per chi apprezzi il genere, ma il 30% ottenuto da Crocetta in un quadro di desolante svuotamento di partecipazione non è certo un viatico entusiasmante, nè tanto meno riproducibile sul piano nazionale.
Allo stesso modo, si deve dichiarare chiusa definitivamente e senza rimpianti la stagione delle coalizioni del nulla della sinistra-sinistra, capaci di mettere insieme più sigle che voti e chiaramente incapaci, al di là dell’impegno e buona volontà dei protagonisti, di proporre un progetto e un immaginario comprensibili e adeguati ai tempi.
Chi voleva la prova della capacità di Grillo di riconnettere a se ogni ipotesi e sentimento di radicale alternativa al quadro esistente e quindi di proporsi come credibile protagonista delle prossime politiche oggi l’ha avuta.
Allo stesso tempo la destra potrebbe aver offerto l’anteprima di uno spettacolo di divisioni, opportunismi e si salvi chi può da mettere in scena nel 2013.
Cosa manca?
Manca il centrosinistra, ovvero una possibilità credibile di cambiamento reale del paese, che sappia e voglia imporsi non per stanchezza o debolezza altrui, ma perchè realmente convinto di poter vincere con i propri mezzi e le proprie idee.
Le primarie dovevano esserne il lievito. Finora rischiano di giocare l’effetto contrario, ma le le elezioni siciliane, a ben vederle, dovrebbero spingerci a rimetterle immediatamente sul binario giusto.
Il pericolo infatti è grande e occasioni e tempo troppo pochi per sprecarli in giochi di ruolo.

domenica 24 giugno 2012

Dice Bersani. E parla d'altro.


Dice Bersani che Berlusconi pensi al voto anticipato in autunno.
Dice Bersani che lo faccia candidandosi a interpretare la montante ostilità per l’Euro.
Dice Bersani che tutto questo è irresponsabile, perchè i mercati giudicherebbero negativamente tanto le elezioni in ottobre, quanto il ritiro nella Lira del paese.
Dice Bersani che domani il PD vincerebbe facile, ma che non vuole farlo sulle macerie del paese.
Quello che non dice è cosa cambierebbe fra domani e dopodomani, dato che, nonostante i tremori del PD, al voto in primavera bisognerà pur andarci, e quale sia il vantaggio di concedere 6 mesi in più ad un governo incapace, sostenuto da una maggioranza inerte, con la spada di Damocle di una sempre viva alternativa parlamentare PDL-Lega.
Quello che non dice è che ai mercati nulla importa del sig.Monti, del sig.Rajoy e della sig.ra Merkel, ma solo di sapere a quali condizioni potranno fare business nei prossimi anni, e questo nell’Europa, e quindi nel mondo odierno, non è dato conoscerlo, dato che i mercati producono incertezza e che la politica si è ritirata, divisa e aggrovigliata.
Quello che non dice è cosa saprà contrapporre il centrosinistra alle pulsioni neo-nazionaliste di Berlusconi, fatte apposta per recuperare su un terreno fertile un rapporto politico con la Lega, e persino col M5S, che dell’ostilità all’Euro e alla plutocrazia del debito farà la propria bandiera elettorale.
Sapendo che i neo-nazionalisti già governano la Germania, e che quindi il futuro della UE non può passare da un cedimento o da una mediazione al ribasso con le attuali posizioni tedesche, come giustamente intuito e ribadito tanto da Hollande, quanto da Syriza.
Il non-dire è stata d’altronde la cifra identitaria del PD, ciò che gli ha permesso di aggregare le contraddizioni senza mai scioglierle, se non nell’affermazione della propria diversità estetica dal carnevale berlusconiano.
Oggi non solo non basta più, ma diventa un ostacolo per chi cerchi un’uscita in avanti dalla crisi del paese e della UE.
Noi abbiamo infatti bisogno di qualificare, di aggettivare tre parole chiave, che in assenza di ulteriore denominazione rimangono cariche di una pericolosa ambiguità.
Queste parole sono crescita, cambiamento, Europa.
Fuori da qualsiasi suggestione, in assenza di crescita non c’è infatti nuova occupazione, nè mobilità sociale, nè equilibrio finanziario di breve e medio termine, nè tenuta del welfare. 
Questo, in un quadro di disoccupazione giovanile al 30% e di allungamento della vita lavorativa, è semplicemente folle.
Ma la crescita va aggettivata, perchè si tratta di comprendere se a generarla debba essere il mercato o la spesa pubblica, quale ruolo debbano avere industria e ricerca, il rapporto fra esportazioni e domanda interna, le basi sociali e ambientali su cui innervare l’economia, la politica fiscale.
In questi ultimi anni l’unico spazio in cui si sia sviluppato un dibattito su questi temi è la relazione fra FIOM e Marchionne, che la politica, e il centrosinistra in particolare, ha volutamente ignorato.
Occorrerà quindi ripartire da li, e farlo con una scelta che non può essere mediata.
Il cambiamento è ciò che in Italia vogliono tutte e tutti, al punto da farne un’arca che può imbarcare qualsiasi avventura e gattopardo.
Per questo è da rigettare l’allusione vuota alla voglia di cambiare, senza riempirla di contenuti netti e determinati, che chiariscano rapidamente che la sfida non è sul tasso di novità e alterità, ma sul senso di marcia che si vuole imprimere al paese.
I francesi hanno scelto Hollande, perchè ha dato un significato profondo e comprensibile alla parola cambiamento.
Se la gara fosse stata alla radicalità della svolta, Marine Le Pen non avrebbe avuto concorrenti, perchè sfido chiunque a sostenere che quello al FN sia un voto conservatore.
L’Europa, infine, che oggi appare una gabbia, nemmeno troppo dorata.
L’UE odierna somiglia sempre più al NAFTA degli anni ’90, con la Germania nella posizione degli USA. 
Il NAFTA appartiene alla storia, e a queste condizioni l’UE rischia la stessa fine, ma con ripercussioni assai peggiori sugli equilibri locali e globali, perchè la Germania non ha la proiezione strategica degli USA, e perchè l’Euro non è un semplice accordo sul cambio fisso, ma la seconda moneta mondiale.
Occorre tuttavia sapere che l’attuale posizione tedesca, con il suo corollario di pareggi di bilancio e fiscal compact, rende il quadro attuale insostenibile sul breve periodo.
Affrontare la prossima campagna elettorale alla greca, invocando sic et simpliciter un referendum sull’euro a favore del centrosinistra, date le ambigue posizioni berlusconiane, sarebbe quindi un doppio suicidio, perchè rischierebbe di non incontrare il favore dell’elettorato, ma soprattutto perchè non chiarirebbe l’opposizione italiana agli attuali equilibri europei.
Noi dovremmo rilanciare sugli Stati Uniti d’Europa, come spazio politico in cui riaffermare welfare e democrazia, realizzando un’alleanza esplicita con la Francia socialista e con i paesi mediterranei.
La prossima campagna elettorale si giocherà sulla capacità di interpretare questi tre temi.
La mia impressione è che nel centrosinistra non abbiamo nemmeno cominciato, con l’eccezione parziale di SEL.
Il PD non comincerà nemmeno, perchè cerca sintesi dove servono scelte, da cui dovrebbero derivare sintesi al quadrato.
Prendiamoci l’estate per discutere e pensare. 
Intanto fissiamo la data delle primarie.

giovedì 10 maggio 2012

Due giorni dopo il voto


La teoria insegna che è un errore attribuire un significato politico al voto amministrativo. 
Questo è quasi sempre vero, tanto più in un paese che, come l’Italia, è sospeso su mille particolarismi. 
Esistono tuttavia delle eccezioni, e questa è una di quelle. 
Ce lo suggeriva il quadro in cui si sono inserite le elezioni amministrative, caratterizzato da un governo sedicente tecnico, sostenuto da una maggioranza anomala, la cui stessa esistenza è una sconfessione del sistema politico della seconda Repubblica. 
Ce lo confermano i risultati, a partire dal forte incremento dell’astensione, per arrivare all’implosione dei due partiti che hanno informato di sè il ventennio, Lega e PDL, e dall’eccezionale affermazione del M5S, che della Terza Repubblica si candida ad essere la levatrice.
Il risultato apparentemente più significativo, ovvero la vittoria diffusa del centrosinistra, diventa invece un evento minore, come sempre accade agli scontri vinti per assenza di avversari.
L’errore più grave che si potrebbe commettere sarebbe quindi trarne il segnale di uno scontato trionfo elettorale prossimo venturo, o ancor peggio di un consenso ad una linea che preveda la conferma del sostegno al governo Monti da parte del PD.
A me sembra invece evidente che ci troviamo di fronte ad una sconfessione anticipata dell’ipotesi a cui l’intero circuito informativo e i vertici istituzionali lavorano incessantemente da almeno un anno, ovvero l’idea che il governo Monti potesse rappresentare una fase costituente di uno stabile ancoraggio al centro del sistema politico.
L’idea in altre parole che la Terza Repubblica dovesse nascere sulla normalità della Grande Coalizione e su una legge para-proporzionale che la garantisse.
Questo progetto va in pezzi perchè fondato su una miscela di arroganza, smarrimento di ogni antenna sociale e inerzia culturale, che portano a scambiare una crisi strutturale per una congiuntura negativa, da curare con la retorica e la pratica dei sacrifici.
Ma soprattutto perchè si innesta su gruppi dirigenti completamente screditati, al punto dhe l’union sacree delle forze politiche non appare dettata da senso di responsabilità e comune impegno nel risollevare il paese dalle macerie, ma dalla comunanza dei complici, dal desiderio di autotutela e salvaguardia dei propri privilegi.
O se preferite, chi vive con l’ossessione del compromesso storico, non ha compreso che la tragedia precipita inevitabilmente in farsa, se a Moro e Berlinguer sostituiamo Alfano e Bersani.
Così il Partito della Nazione, alfiere di una terza repubblica fondata sulla palude, scompare prima di presentarsi, una delle due torri crolla e l’altra barcolla vistosamente, anche se pare non rendersene conto.
Perchè, e questo è un elemento decisivo, in un sistema teoricamente bipolare, se a fronte dello schianto della destra la sinistra non avanza con altrettanta forza, significa che i problemi politici di quest’ultima sono di poco inferiori a quelli della prima, e che è il sistema stesso ad essere a rischio.
In questo senso, il governo Monti rischia di essere, come previsto, la tomba della Seconda Repubblica, senza tuttavia avere la forza di determinare la forma della terza, aprendo così la strada ad ogni soluzione.
Per questa ragione oggi il tema da porre con forza è il recupero chiaro ed immediato della dimensione del centrosinistra, unito ad un impegno ad un radicale, finanche ingeneroso, ricambio delle classi dirigenti, e alla richiesta del voto anticipato.
Le tre cose stanno insieme, perchè si tratta di restituire un indirizzo politico al paese, che vada nella direzione di un legame esplicito con l’esperienza della presidenza socialista francese, evitandole l’isolamento europeo, di evitare che il giudizio impietoso su questo ceto politico tracimi in analoga considerazione della democrazia, di risparmiare al paese  un altro anno di fallimentari ricette liberiste, le uniche note a Monti.
Temo che il cupio dissolvi del PD impedirà questa soluzione. 
In questo caso la sinistra farebbe bene a prepararsi e in fretta, perchè la Grecia, almeno in quanto a sistema politico, si farebbe immediatamente più vicina.

lunedì 7 maggio 2012

Dalla Francia alla Grecia una buona giornata


In Europa vincono le sinistre, sono sconfitti i liberisti, avanza quella che in Italia è definita antipolitica e altrove più propriamente estrema destra.
Le sinistre che vincono sono quelle che interpretano il bisogno di cambiamento dei popoli del continente, bruciano alle loro spalle i ponti di vie più o meno terze, recuperano la parola socialista nel suo significato profondo e la restituiscono a una vita diversa dal simulacro in cui era stata sepolta negli anni ’90 e ’00.
Sono le sinistre che sanno recuperare il connubio fra libertà e uguaglianza degli individui e solidarietà sociale che sta alla base del patto sociale europeo, che parlano senza timidezze di progressività fiscale e diritti civili, che mettono l’occupazione al centro delle dinamiche economiche.
Sono le sinistre che non hanno alcun dubbio sul processo di integrazione europea,ma sanno che nulla è più antieuropeista delle politiche di rigore, della Merkel e della BCE.
I liberisti sono sconfitti perchè letteralmente incompatibili con la democrazia, a meno che con questa non si voglia intendere la libertà di scegliere con quale arma essere suicidati.
Hanno governato per un trentennio, piazzato mine in ogni angolo del globo e acceso la miccia. 
Oggi vorrebbero spegnere il fuoco con la benzina, e contano di farlo commissariando governi e parlamenti. Purtroppo per loro pare che, con l’eccezione dell’Italia, il gioco stia finendo, e stia finendo con un cartellino rosso.
A destra premono infatti nuovi protagonisti, che hanno la loro bandiera in un neo-nazionalismo che nega alla radice ogni ipotesi di federalismo europeo, che sogna il ritorno alla Patria, alle sacre frontiere, all’identità fra Stato e Nazione.
Non è folklore, ma la più seria alternativa che la democrazia possa oggi offrire ad un progetto che si proponga invece di costruire gli Stati Uniti d’Europa sulla base di un patto sociale nuovamente fondato sulla piena occupazione e sul welfare.
E’ infatti chiaro a tutti che l’attuale impostazione delle politiche economiche e monetarie continentali è insostenibile sul breve, medio e lungo periodo, perlomeno nell’attuale quadro istituzionale della UE.
Il governo tedesco, che se ne fa alfiere, agisce sempre più scopertamente per interessi nazionali, alimentando in questo modo l’altrui nazionalismo, e sembra ripetere il tragico errore della Francia con i debiti di guerra della Germania dopo il primo conflitto mondiale.
Tenere ferme posizioni di principio e piccoli calcoli utilitaristici, senza comprendere che così facendo si alimentavano i peggiori demoni del sottosuolo continentale.
Ma oggi Francia e Grecia ci dicono che quei fantasmi tornano ad affiorare, eppure è alla sinistra che tocca il primo colpo. 
Hollande ha una grande responsabilità e per questo non può essere lasciato solo, nemmeno per un istante più del necessario.
Da domani è di questo che dovrà parlare la sinistra italiana.
Anche e soprattutto quella che, in quanto a socialisti, ha scambiato la Grecia per la Francia.

sabato 5 maggio 2012

Scalfari e la democrazia degli Eletti


Lo Scalfari della scorsa domenica su Repubblica, Berlusconi e Grillo hanno una cosa in comune.
Disprezzano l’intelligenza degli italiani, ridotti alla stregua di inconsapevoli burattini di se stessi.
Di Berlusconi è nota l’idea che si debba partire dalla considerazione che gli elettori siano nella loro maggioranza fermi all’età infantile, e come tali vadano trattati.
Su questo assunto ha fondato la sua fortuna di tycoon e poi di uomo politico, senza che sia peraltro possibile capire fino in fondo quanto della presunta ignoranza italica sia causa e quanto effetto dell’egemonia berlusconiana.
Grillo è un populista disgustato dal popolo, un mix di avanguardismo e tendenze totalitarie, che da un lato inneggia ad una cittadinanza attiva e omnicomprensiva che non prevede relazioni e divisioni stabili, e dall’altro ne ritiene degni solo coloro che si siano liberati dal germe ottundente e divisorio dei partiti. 
A tutti gli altri, ovvero alla grande maggioranza, toccano insulti diretti e indiretti, e comunque lo stigma, più volte ribadito, riservato agli autolesionisti e ai pazzi.
Infine Scalfari, che ancora una volta ci informa che ad avere una percezione chiara del reale e la capacità di intuire alcune soluzioni sarebbero solo poche minoranze elitarie, impossibilitate di comunicare le proprie verità perchè inesprimibili in un linguaggio comprensibile alla massa rancorosa e attratta dal populismo.
Lo stesso governo Monti, pur fatto di persone Illuminate, non riuscirebbe fino in fondo nella sua missione, che coinciderebbe con la soddisfazione delle ipotesi scalfariane, perchè intimorito dagli effetti che la rabbia montante potrebbe avere sui partiti di maggioranza, improvvisamente promossi, PDL compreso (PDL), a nuovo arco costituzionale.
Ecco quindi la soluzione. 
Una riforma elettorale un po’ tedesca e un po’ spagnola, senza premio di maggioranza, e con sbarramento nazionale al 5%, ma anche collegi molto piccoli, nessun candidato premier e divieto di coalizione. 
Detto in altre parole, un sistema che attribuisca da qui all’eternità il 100% dei seggi a chi abbia complessivamente il 60% dei voti, costringendo quel 60% all’unica possibilità del governo di coalizione. 
Se infatti in Spagna la regola recente è un governo Socialista o Popolare appoggiato dai voti di partiti regionalisti piccoli su scala nazionale, ma capaci di essere maggioritari nei propri collegi di insediamento, nell’ipotesi di Scalfari questo sarebbe impossibile, perchè lo sbarramento al 5% impedirebbe a questi ultimi l’accesso al parlamento. 
In Germania invece ad ottenere eletti sono tutti quei partiti che ottengano almeno il 5% dei voti, o 3 parlamentari eletti nei collegi uninominali, e questo determina un sistema a 4 o 5 formazioni sostanzialmente stabile, e governi di coalizione, data la difficoltà per una singola formazione di raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi.
Ma la pluralità dei partiti, la loro relativa forza e la necessità coalizionale, nominalmente successiva al voto, ma sempre indicata come preferenza durante la campagna elettorale determina una pluralità di opzioni possibili, che sarebbe anche maggiore laddove decadesse la conventio ad exludendum verso Die Linke.
E’ quindi chiaro che il sistema spagnolo e quello tedesco si caratterizzano entrambi per la volontà di ricercare insieme un quadro che eviti l’eccessiva frammentazione del sistema politico, favorisca la governabilità e non penalizzi eccessivamente la possibile rappresentanza delle culture politiche, senza dimenticare la penalizzazione di eventuali forze antisistema.
La loro combinazione invece, così come proposta da Scalfari, determinerebbe un mostro la cui unica ratio sarebbe lasciare agli italiani una formale, assoluta libertà di voto, che il sistema elettorale si preoccuperebbe poi di forzare in un percorso obbligato, per determinare finalmente il governo degli optimates.
Che poi questo significhi mandare letteralmente al macero la volontà di circa la metà del corpo elettorale, dato che sarebbero escluse SEL, IDV e M5S dalla dimensione dei collegi e Lega dallo sbarramento nazionale, oltre a tutte le formazioni minori, pare non interessare. 
L’importante è salvare la forma della democrazia, anche e soprattutto da quelle teste vuote degli italiani.
PS: per chi pensi che quello sopra descritto sia solo il delirio da fine settimana di chi ha fondato La Repubblica negli anni ’70, gioverà ricordare che somiglia molto all’impianto proposto dalla coppia Violante-Quagliariello. Anche da questo punto di vista, il voto anticipato somiglia ogni giorno di più a un atto di salute pubblica.

martedì 24 aprile 2012

Cartolina dalla Francia


In Francia ha vinto Hollande, in Francia ha vinto Marie Le Pen. 
Come a dire che il vento socialista spazza una terra riarsa dove cresce la malapianta dell’estremismo nero.
Si affermano insieme la più credibile alternativa al governo in carica e il più estremo atto di rivolta contro il sistema politico e istituzionale.
Per questo io credo che Hollande vincerà, e che pecchino di pressapochismo i commentatori che improvvisano somme aritmetiche fra i voti di Sarkozy e del FN al secondo turno, come se una superficiale qualifica di destra accomunasse due mondi divisi dal presente più ancora che da un passato di reciproca estraneità.
Per questo credo che il PS avrà davanti a sè fin da subito una responsabilità ben più grave che tranquillizzare i mercati finanziari.
Si tratta di riportare la Francia al cuore dell’Europa, perchè l’Europa possa tornare nel cuore della Francia, dove Francia è oggi più che mai sineddoche di ciò che scuote l’intero continente.
Il FN parla la lingua che conosce, quella del rifiuto dell’immigrazione e del meticciato, della chiusura dei confini sacri della patria, del populismo anti-istituzionale, ma anche della negazione dell’Europa delle banche e della moneta unica, se non dell’Europa tout court.
Incassa il voto degli sconfitti della globalizzazione, dei profughi in patria, di operai che furono ceto medio e di un ceto medio piegato dalla crisi.
E’ il voto della campagna e delle periferie, della provincia sterminata di un’Europa che non sarà mai Metropoli, di spazi che il trentennio liberista ha reso vuoti e che ora sono a perdere.
E’ il mondo che Melenchon avrebbe dovuto riportare alla sinistra. Non ha funzionato. Troppo di sistema Melenchon, troppo dentro ai giochi, troppo buono per chi vuole odiare, almeno per l’attimo di un voto nell’urna. Mandare un vaffanculo, diremmo noi in Italia.
Marie Le Pen è fuori e incassa. Può dire che l’Euro è una sciagura, che Goldman Sachs governa Italia e Grecia con i suoi commissari, che la Francia deve recuperare la sua piena sovranità nazionale, economica e culturale. 
Può dirlo perchè, come diceva il padre, non è di destra, nè di sinistra, ma con il popolo, e il popolo oggi è ferito.
Se la Francia fosse Italia, parleremmo di antipolitica e di populismo.
Ora quindi tocca a Hollande dimostrare che la politica nella sua accezione di sinistra esiste e può trovare la forza di spezzare le unghie del capitalismo finanziario, prima che questo resusciti i peggiori fantasmi della nostra storia.
Lo deve a noi, che crediamo nell’Europa come antidoto a piccole patrie funeree, che ci vogliamo aperti all’altro, che crediamo nel meticciato e non nelle mummie delle identità nazionali.
Ma che sappiamo anche che minuto dopo minuto la nostra Europa si confonde con la BCE, e la BCE con la Germania, e la Germania con la Merkel, e la Merkel con la crisi, in un gioco di nebbie e di rimandi che lascia ognuno solo con la sua rabbia e lo sguardo alla ricerca di una bandiera famigliare. 
Quella bandiera è stata nei momenti più bui quella della nazione, ma c’è stata una volta in cui proprio la Francia seppe iscriverci tre parole meravigliose. Libertè, Egalitè, Fraternitè.
Le riprenda Hollande, torni a iscriverle sulla bandiera europea. 
Noi, che ne siamo figli, saremo tutti con lui.