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venerdì 8 marzo 2013

Stallo e democrazia


Partiamo da una semplice considerazione. 
L’attuale legge elettorale è pessima per moltissimi e noti buoni motivi. 
Nella fase attuale ha tuttavia dimostrato di avere un pregio, ovvero rendere impossibile ad una delle tre minoranze che abitano il paese di ottenere in Parlamento una maggioranza autosufficiente, pur garantendo alla più robusta fra queste il diritto di esprimere un indirizzo nella formazione del governo.
Se fossimo non un paese normale, ma un paese dotato di una classe politica cosciente di se e delle proprie responsabilità, questa non dovrebbe quindi far altro che prendere atto che il popolo italiano ha cancellato nelle urne il bipolarismo e imposto le condizioni per un programma di origine parlamentare, disegnando non una, ma ben due ipotesi di possibile coalizione.
Cosa ben diversa dall’esito delle prime elezioni greche, quando Syriza si ritrovò priva dei numeri sufficienti, così come le formazioni che insieme compongono l’attuale maggioranza di governo, e lo sbocco elettorale fu quindi obbligato.
Ciò di cui si parla è invece il ritorno alle urne, nella speranza che gli italiani tradiscano fra pochi mesi la volontà che hanno voluto esprimere in febbraio, cambiando in massa la propria preferenza di voto.
Perchè tutti sappiamo che se questo non accadesse il futuro Parlamento sarebbe sostanzialmente nelle stesse condizioni di questo, con l’unica credibile variante di un diverso orientamento della Camera dei Deputati.
Nè a tagliare il nodo gordiano basterebbe la modifica della legge elettorale, dato che non esiste legge elettorale dignitosa al mondo che garantisca la governabilità in un paese diviso in tre tronconi sostanzialmente omogenei per forza e diffusione territoriale.
Il problema quindi è e resta esclusivamente politico e riguarda la capacità delle forze rappresentate nelle due Camere di interpretare se stesse alla luce della nostra Costituzione, che prevede il voto di fiducia come tutela fondamentale della forma di governo parlamentare, a cui io, personalmente, non rinuncerei mai.
E’ quindi opportuno avere ben chiaro che proprio la centralità del Parlamento, che ha retto fra mille difficoltà al ventennio berlusconiano e alle forzature di una prassi insistentemente orientata alla prevalenza dell’esecutivo, rischia di essere la vera vittima dello stallo attuale, aprendo le strade a qualsiasi soluzione e avventura, dato che, se è indifendibile un Parlamento che si abbandona alla propria umiliazione, ancor più lo diventa un Parlamento del tutto incapace di assolvere alla funzione di governo.
Berlusconi e i suoi questo lo sanno, e presumibilmente non se ne dolgono, avendo già espresso da tempo la propria preferenza per il presidenzialismo e non avendo mai nascosto di considerare le Camere alla stregua del Senato romano dell’epoca dei Cesari, luogo di agiata inconsistenza in cui perpetuare i riti del tempo che fu, al punto da riempirle di un’intera scuderia di cavalli.
Grillo e i suoi cosa ne pensano? Credono veramente che il futuro appartenga ad un Presidente garante di una legislazione emanante esclusivamente dal popolo attraverso referendum, come talvolta traspare, in una forma inedita, ma di sostanza vecchia, di Repubblica plebiscitaria?
Oppure sono convinti, come spesso affermano, che si debba ripristinare nella prassi una più forte distinzione di ruoli e funzioni fra potere legislativo e esecutivo, necessità sulla quale troverebbero senza difficoltà identità di vedute con la sinistra?
E’ anche di questo che stiamo parlando, forse senza la dovuta attenzione, in questi giorni, forse soprattutto di questo, della nostra Costituzione e del futuro della nostra democrazia.
Io infatti, a due settimane dall’elezione a deputato, non ho ancora trovato nessun motivo per festeggiare.

domenica 20 gennaio 2013

Il centrosinistra basti a se stesso ed al paese


Si apre la campagna elettorale per quella che potrebbe essere una fra le legislature più significative della storia repubblicana, inserita nel mezzo di una lacerante crisi economica e sociale, in un quadro di ridefinizione degli equilibri internazionali, al punto più basso di credibilità degli attori politici e delle istituzioni democratiche.
Non si apre bene, fra un PD che pare restituito alle sue storiche contraddizioni e balbettii, i prodromi di una rissa a sinistra feroce quanto sterile, la deriva autoritaria del M5S e la rinnovata carica della destra berlusconiana, troppo presto derubricata a ricordo, in un paese che in nome di un ipocrita anticomunismo ha saputo digerire cose ben peggiori dell’immoralità di Arcore.
In mezzo Monti, ancora convinto di dover salvare l’Italia da se stessa e di poterlo fare con i voti altrui, memore dell’antica massima per cui i voti non si contano, si pesano, e i suoi, modestamente, hanno un peso laico ed ecclesiale.
Non aiuta una legge elettorale costruita per esaltare ogni imperfezione del nostro bicameralismo perfetto, abbinando un abnorme premio di maggioranza alla Camera alla difficoltà estrema di garantirsi una maggioranza risicata al Senato, con un pugno di Regioni detentrici della sovranità di ultima istanza.
E quindi siamo qui, in un paese che ha sperimentato fino all’ultimo le ricette delle due destre italiane, a chiedere un voto per il centrosinistra giocando sulla difensiva, con un palpabile, crescente timore di non farcela, al punto di lasciar intendere che anche se ce la facessimo, nessuno si preoccupi, perchè faremo finta di niente.
Sia chiaro che se è una mezza vittoria che si vuole, questo è il modo migliore per ottenerla.
Il centrosinistra si è insediato con forza nell’elettorato italiano con le primarie, quando ha avuto la forza di mettere in evidenza la pluralità dei suoi contorni, e insieme la capacità di portarli ad una sintesi nitida.
Si sono visti allora protagonisti di storie diverse e portatori di sguardi diversi sul futuro mettersi insieme nella competizione per scrivere un progetto condiviso di paese.
Sono quello spirito e quei protagonisti che vanno recuperati rapidamente, oggi che di nuovo sembra prevalere il vecchio vizio della tattica e delle mezze parole.
Patrimoniale non è un insulto, ma la condizione di una maggiore equità fiscale; il mitico centro non è un’oasi a cui aspirare, ma un antagonista elettorale, e lo stesso vale per Ingroia e la sua compagnia, a cui si possono contendere i voti, non chiedere impossibili desistenze.
E non è possibile ignorare il Mali e l’intero Sahel per anni, e poi cavarsela con una fiducia incondizionata alla Francia, quasi che l’Africa subsahariana continuasse a essere il suo cortile di casa.
Io credo, e sono incrollabile in questo, che il centrosinistra rappresenti l’ultima speranza per l’Italia di imboccare una via di uscita dalla crisi diversa dalla demolizione dello stato sociale, dal ritorno ad un classismo teorizzato e praticato, dalla perdita di diritti e quindi, in definitiva, dall’aumento delle disuguaglianze come motore dello sviluppo.
Credo che sia possibile recuperare il filo di una ripresa che abbia al centro una crescente equità nel carico fiscale e nella distribuzione della ricchezza, che il welfare possa essere protagonista di una fuoriuscita positiva dalla recessione, che debba tornare a vedersi chiaramente una mano pubblica nell’economia, e che sia possibile fare questo nel quadro di un’Europa che ritrovi se stessa e investa in una maggiore integrazione democratica.
Sono altrettanto certo che rincorrere i fantasmi di una famiglia che non c’è più non la farà tornare in vita, quando invece sarebbe utile riallineare il cervello all’età in cui si vive e liberarne la ricchezza e la pluralità.
Credo anche che governare non sia una sfiga  a cui opporre scongiuri, ma la condizione per provare a realizzare quei progetti e valori a cui tutti a parole sosteniamo di richiamarci, e che ogni singola elettrice ed elettore della sinistra debba chiedersi se le è rimasto quel briciolo di speranza che ti fa dire proviamoci ancora.
Nelle prossime settimane di campagna elettorale vorrei parlare di queste cose, senza essere possibilmente boicottato da chi si adagi in uno schema che prevede per il PD l’inseguimento di Monti, e per SEL la baruffa a sinistra.
No grazie, vorremmo bastare a noi stessi ed al paese.

mercoledì 26 dicembre 2012

"Il giovane candidato alle primarie Giovanni Paglia"


A 35 anni non si ha più l’età per essere un giovane candidato alla Camera dei deputati.
Non si ha più, per la verità, neppure l’età per essere un giovane ricercatore, un giovane precario, un giovane professionista o altro.
A 35 anni le carriere degli sportivi, che non possono mentire all’età, sono già al tramonto, Cristo era già morto e risorto, e Dante aveva oltrepassato abbondantemente la metà del  cammino della vita.
Eppure, quando ci si candida al Parlamento, o alle primarie in questo caso, non puoi non notare davanti alla lista dei candidati che ancora una volta è quel 1977 che un po’ emerge, e allora capisci che questo voto potrà servire anche a rappresentare la sinistra di una generazione e a portarla nelle aule parlamentari.
Perchè sinistra, come ogni parola viva, è un nome che si reinventa ogni giorno, e trova il suo significato nelle lotte, nelle speranze, nel desiderio di cambiamento, che muta sempre con gli anni e le stagioni.
Noi siamo quelli che a Genova hanno visto la loro ragione confondersi nella nebbia dei lacrimogeni e delle cariche di polizia, che hanno avuto paura per un giorno, ma nemmeno per un minuto si sono arresi al richiamo della violenza.
Siamo quelli per cui il futuro tarda sempre ad arrivare, che hanno dato nuova linfa alla resistenza di chi c’era, ma che aspettano ancora il momento della loro lotta.
Siamo quelli che hanno visto partire i loro amici e fratelli, perchè sono nati nella terra dell’inopportunità, dove l’ascensore sociale è al piano terra fisso, dove lo studio è un passaporto per il precariato o l’emigrazione, e la famiglia l’unica forma di welfare.
Siamo quelli che hanno capito bene cos’è la crisi, perchè ha trasformato spesso l’incertezza di un lavoro nella certezza della disoccupazione, o forse non l’abbiamo capito affatto, se stiamo fermi a consumare rabbia e rassegnazione.
Eppure siamo la pietra angolare del futuro, perchè ogni accento dell’economia e della politica resta muto, ogni proposta chiacchiera vuota, se non trova sostanza e sostegno nelle giovani generazioni.
Allora io non mi candido perchè ho 35 anni, nè tanto meno chiedo voti per questa ragione.
Mi candido perchè voglio il reddito minimo garantito come risposta immediata alla crisi, che trasforma il lavoro in un miraggio, e voglio la riforma fiscale, per finanziarlo e trasferire risorse dalla rendita al lavoro.
Voglio che si investa sulla scuola, che rappresenta da vent’anni il paradigma del nostro paese, povera trincea di resistenza martellata dai bombardamenti ministeriali.
Voglio pari diritti e dignità fra tutte le lavoratrici e i lavoratori, e voglio finalmente un ministro del lavoro che la smetta con le favole dei garantiti contro i non garantiti, dei giovani contro i vecchi, dei licenziamenti come anticamera della crescita occupazionale.
E soprattutto sono stanco di sentirmi dare del conservatore dopo aver perso tanto, da chi in questo paese ha sempre e solo voluto garantirsi e garantire ogni grammo di privilegio, da chi sempre preso senza mai rendere nemmeno grazie.
Vogliamo cambiare da quando siamo nati. Ora è il momento di provarci insieme.

domenica 9 dicembre 2012

Con Berlusconi in campo, il centrosinistra guardi all'Europa


E così a Bersani toccherà l’ingrato compito di guidare il centrosinistra in uno dei momenti più difficili della storia repubblicana avendo come contraltari Grillo e Berlusconi.
Bene penseranno quelli a cui piace vincere facile, illusi che possa essere buona anche la vittoria per mancanza di credibili alternative.
Male, malissimo dico io, che per una volta avrei l’ambizione di convincere molto più che di vincere, e di poter misurare la mia capacità di portare il paese ad una svolta minimamente matura e consapevole, perchè dio solo sa quanto bisogno avremmo di cambiamento, maturità e consapevolezza.
Invece Monti e i suoi, veri antagonisti di un qualsiasi centrosinistra europeo, pare siederanno ingombranti in panchina, mentre a giocare la partita saranno il vecchio e il nuovo capocomico, imbolsito l’uno e arrembante l’altro, ma squalificati entrambi.
Può affermarsi un’idea diversa del paese, un progetto di trasformazione reale, nella totale assenza di una dialettica con un’ipotesi alternativa altrettanto forte?
O la presenza di un solo schieramento credibile rischia di indurlo a trasformarsi in uno specchio deformato della nazione, a fargli ritenere di dover essere esso stesso una misura di unità nazionale?
Mi pongo queste domande perchè ritengo da sempre che il problema non sia l’apertura al dialogo con forze, ipotesi e culture diverse, tanto meno in un momento in cui il recupero di credibilità del sistema politico rappresenta forse la prima emergenza nazionale, ma piuttosto la chiarezza cartesiana della propria prospettiva politica e la determinazione nel realizzarla.
Mi spaventa quindi una prospettiva in cui il centrosinistra abbia davanti un centro evanescente e pronto alla resa, una destra avvolta nel revanscismo berlusconiano, l’onda anomala del M5S, mentre torna ad infuriare la tempesta finanziaria.
Mi spaventa perchè come tutti conosco il malinteso senso di responsabilità del PD, la sua vocazione ecumenica, la tendenza ad occupare ogni spazio non occupato.
Per questo credo sia importante fin da subito portare la campagna elettorale in Europa e il confronto sull’alternativa al livello della Merkel e del conservatorismo continentale, molto più che perdersi nei fantasmi passati, presenti e futuri della nostra privatissima casa degli spettri.
Per questo credo sia importante che SEL chieda formalmente l’adesione al PSE, come contributo a chiarire per l’oggi e per il domani campo, riferimenti, valori e relazioni del futuro governo del paese.
Il PD è oggi premiato dai sondaggi, e lo merita, per l’apertura alle primarie e per la sua capacità di essere l’unico punto solido in uno scenario politico fluido e instabile.
E’ una buona notizia per il centrosinistra, ma rischia anche di essere il suo limite, se quei voti in arrivo saranno figli della rassegnazione e coltivati nell’indeterminatezza.
A SEL, che ha certamente meno voti, il compito di dare un’anima ad una coalizione cui il PD rischia di dare solo volume.

domenica 2 dicembre 2012

Per un giorno, tutti con Bersani


Il secondo tempo delle primarie ci ha mostrato cosa queste sarebbero state fin dall’inizio senza la presenza di Nichi Vendola.
Una guerra feroce per bande all’interno del PD, con un’attenzione ai contenuti vicina allo zero e una spasmodica, a tratti violenta, attenzione alle “regole”, che poi altro non sarebbero che i paletti che tentano approssimativamente di circoscrivere il campo del centrosinistra.
Renzi l’avrebbe voluto da subito molto ampio, confidando nella sua capacità di attrarre elettorato dal disastrato centrodestra italiano, Bersani limitato al pur non trascurabile ambito del centrosinistra, per ragioni logiche, oltre che politiche, che tutti possono ben comprendere e condividere.
Si tratta di permettere alle primarie di essere ciò per cui sono nate, uno straordinario strumento di delega al nostro popolo della scelta di interpreti e indirizzi della politica, e non  una zattera gettata a chi dall’altra parte pensa di poter solo scegliere da chi essere sconfitto.
Alla fine quindi domani non si tratterà di scegliere fra due programmi, nè di sostenere il meno peggio, nè di partecipare per dare un segno di attenzione ad uno spettacolo che francamente non ha avuto da sette giorni nulla di edificante.
Si tratterà invece di votare per chiudere definitivamente la stagione della sinistra in maschera, occultata dietro idee, volti e linguaggi presi in prestito, per rivendicare il nostro diritto di chiedere al paese un voto per uscire dalla crisi.
Bersani può essere la persona giusta per farlo, perchè, nonostante le mille ambiguità e tentennamenti, e nonostante Monti, gli vanno riconosciuti coraggio e tenacia nel costruire una via d’uscita a sinistra dal berlusconismo e dal governo tecnico.
Lo dimostrano il baricentro dell’alleanza, di cui SEL non può essere considerata un elemento estetico, bensì la più evidente e materiale dichiarazione d’intenti, e la resistenza alle sirene del Monti dopo Monti, risuonate con forza in questi mesi dentro e fuori il PD.
Bersani ha dimostrato in queste settimane di aver colto il carattere strutturale della crisi economica, e di aver individuato il nesso profondo fra questa e l’aumento delle diseguaglianze, che ne rappresentano insieme la causa e l’effetto.
Ha parlato di lavoro e reddito come punti di partenza di ogni ipotesi di ripresa e non come variabili del ciclo economico.
Bersani non era per me il miglior candidato possibile alla presidenza del consiglio, perchè preferisce la sfumatura al tratto nitido che la gravità dei problemi in campo richiederebbe.
Ha tuttavia compreso quale sia il tempo in cui viviamo, mentre Renzi corre rapido con la testa voltata all’indietro.
Per questo oggi non avrò alcuna difficoltà a dare il mio voto a Pierluigi Bersani, ma lo farò con piacere, per costruire da domani affianco a lui un paese migliore.

mercoledì 7 novembre 2012

Una legge elettorale inaccettabile


E’ possibile cambiare una legge elettorale a 6 mesi dal voto per impedire ai probabili vincitori di confermarsi tali?
In una democrazia occidentale probabilmente no, in Italia sta per accadere per la seconda volta in meno di un decennio, e sempre grazie all’intesa fra PDL, Lega e UDC.
L’altra volta fu il porcellum, e l’obiettivo era minimizzare le perdite e puntare sull’instabilità, stavolta è il rutellum, e ciò che ci potrebbe aspettare è la palude neo-democristiana, votata al transito del nocchiero Monti.
Ora diranno che non sarebbe etico consentire a chi abbia il consenso di un terzo del paese di godere di un’ampia maggioranza parlamentare.
Oppure aggiungeranno che non si può correre il rischio che in virtù della frammentazione del sistema politico Grillo possa risultare vincitore delle elezioni e quindi autonomamente in grado di formare il governo.
Qualcuno si ricorderà anche delle virtù della rappresentanza, ingiustamente liquidate in 20 anni di bipolarismo semi-maggioritario, che potranno certo essere ancor più esaltate della reintroduzione della preferenza multipla. 
Una terna, per essere precisi, con almeno una donna, per essere corretti.
E in mezzo a tutte queste dotte disquisizioni ci porteranno al voto come in un gioco finto, con il plauso di chi ama le parti in commedia assegnate ai tempi della rimpianta Prima Repubblica. 
Democristiani al governo e rivoluzionari all’opposizione, gli uni per restarci e gli altri pure, senza il rischio di colpi di scena o di testa.
Contento Napolitano, contento Casini, contenti Alfano, Maroni e tutta la compagnia, contenti anche Grillo e i tanti funamboli della Sinistra di Opposizione, per non parlare naturalmente dei Mercati.
Si blinda la democrazia, riducendola a mera forma immutabile.
E’ necessario accettare tutto questo, la riemersione della balena bianca dagli abissi della Seconda Repubblica?
Naturalmente no, soprattutto se si crede che in gioco non sia il futuro del centrosinistra, ma quello dell’Italia, che di tutto ha bisogno fuorchè di continuità con la sua storia recente e passata.
Se il PD crede nelle sue ragioni, stacchi la spina al governo e si vada subito al voto, senza riporre inerti il proprio destino nelle mani di personaggi come Casini, confidando magari in improbabili mediazioni dei più alti livelli istituzionali.
In queste settimane siamo tutti impegnati nelle primarie, che promettono agli italiani di conoscere programma e leader di almeno una delle coalizioni in campo.
Non vorremmo dover dire che abbiamo scherzato.

domenica 4 novembre 2012

L'inutile dibattito su Blair


La cosa stravagante non è che nel 2012 il centrosinistra italiano si divida su Tony Blair, ma che ne discuta.
Se infatti sul personaggio la storia avrà modo di dire la sua, probabilmente senza particolare benevolenza, non può esserci invece alcun dubbio sulla sua totale estraneità alle sfide del tempo presente.
Blair ha strappato la Gran Bretagna ai tories post-tatcheriani, sulla base dell'intuizione che il pensiero liberista fosse ormai tanto egemone nella società anglosassone da non poter essere discusso, ma tuttalpiù addolcito, reso cool da una nuova generazione di dirigenti laburisti cresciuti fuori dalle macerie delle sconfitte degli anni '70 e '80.
Non ha cambiato direzione, ma ha provato a rendere più confortevole il tragitto, e forse a renderlo possibile per qualcuno in più.
Peccato che la direzione fosse la crisi odierna, sulla quale la terza via e il new labour, tornato non a caso piuttosto old stile, ammutoliscono, perché rappresenta esattamente la negazione  di tutta l'impalcatura ideologica delle sinistre di governo anni '90.
Il punto quindi non è e non può essere il posto di Blair nell'album di famiglia, dove pure dovrebbe stare dalla parte dei parenti di cui ci si vergogna un po', come conviene a uno che ha portato il proprio popolo in una guerra inutile sulla base di consapevoli menzogne.
Il punto è se si possa anche solo immaginare di uscire dalla crisi attraverso ricette economiche e sociali che hanno contribuito a portarci nella situazione attuale, e di cui Blair fu convinto sostenitore.
Naturalmente no, e infatti in tutta Europa e nel mondo la sinistra parla d'altro. 
Parla, sostanzialmente, la lingua di Vendola.
Se in Italia non è così, e si pensa di andare avanti per suggestioni, ammiccamenti e importazione di modelli scaduti, decisamente abbiamo un problema.
A proposito. Abbiamo già avuto un blairiano di ferro, peraltro in tempo utile. 
Era il rottamando Massimo D'Alema. 
Dio li fa e poi li divide.

martedì 30 ottobre 2012

Piccole lezioni siciliane


Dicevano che la Sicilia fosse il laboratorio politico del paese, e c’è da sperare che si sbagliassero.
Si è infranto il muro del 50% dei votanti, e certo non per estrema soddisfazione per l’andamento delle cose.
Crocetta, senza dubbio un uomo della sinistra, sarà presidente senza una maggioranza certa e in virtù dell’alleanza con l’UDC, unico partito a poter vantare una cinquantennale consuetudine col potere isolano in tutti i suoi significati.
La destra si frantuma per non morire e c’è da scommettere che non lo farà.
La sinistra si assomma in se stessa e muore, dimostrando di aver capito molto poco della fase, prigioniera della propria idea di essere la sola, naturale depositaria del desiderio di alternativa, se libera dal compromesso con moderati di ogni risma.
L’alternativa è invece il M5S, tanto alternativo da candidarsi ad essere il miglior alleato di ogni conservatore, con la sua attitudine a sequestrare dalle dinamiche della democrazia grandi quantità di elettori, per rinchiuderli nel recinto autistico del vaffa.
Ne vediamo già i primi risultati, con la dichiarata indisponibilità assoluta al dialogo con Crocetta, che rischierà di rinchiuderlo ulteriormente nei meandri delle giravolte gattopardesche.
Così ora ci toccheranno i peana dei Fioroni di turno sulle meravigliose sorti dell’alleanza PD-UDC, e l’ennesimo esame di coscienza della sinistra, per cui pare sempre normale dividersi ferocemente nella quotidianità, unirsi nella paura a due mesi dal voto, per tornare a dividersi nell’ora che segue l’ennesima, inevitabile sconfitta.
Ora, per quanto mi riguarda, l’UDC sarà anche un buon compagno di strada per chi apprezzi il genere, ma il 30% ottenuto da Crocetta in un quadro di desolante svuotamento di partecipazione non è certo un viatico entusiasmante, nè tanto meno riproducibile sul piano nazionale.
Allo stesso modo, si deve dichiarare chiusa definitivamente e senza rimpianti la stagione delle coalizioni del nulla della sinistra-sinistra, capaci di mettere insieme più sigle che voti e chiaramente incapaci, al di là dell’impegno e buona volontà dei protagonisti, di proporre un progetto e un immaginario comprensibili e adeguati ai tempi.
Chi voleva la prova della capacità di Grillo di riconnettere a se ogni ipotesi e sentimento di radicale alternativa al quadro esistente e quindi di proporsi come credibile protagonista delle prossime politiche oggi l’ha avuta.
Allo stesso tempo la destra potrebbe aver offerto l’anteprima di uno spettacolo di divisioni, opportunismi e si salvi chi può da mettere in scena nel 2013.
Cosa manca?
Manca il centrosinistra, ovvero una possibilità credibile di cambiamento reale del paese, che sappia e voglia imporsi non per stanchezza o debolezza altrui, ma perchè realmente convinto di poter vincere con i propri mezzi e le proprie idee.
Le primarie dovevano esserne il lievito. Finora rischiano di giocare l’effetto contrario, ma le le elezioni siciliane, a ben vederle, dovrebbero spingerci a rimetterle immediatamente sul binario giusto.
Il pericolo infatti è grande e occasioni e tempo troppo pochi per sprecarli in giochi di ruolo.

sabato 27 ottobre 2012

Berlusconi torna in scena, ma la trova già occupata


Appartengo alla schiera, suppongo piuttosto ridotta, di quanti in questo lungo ventennio si sono opposti a Berlusconi costantemente e completamente ignorando i suoi problemi giudiziari.
Non mi è mai interessata la ragione di fondo che l’avesse spinto in politica, nè l’andamento dei suoi processi.
Non ho mai apprezzato Travaglio e si suoi sodali e mi ha sempre preoccupato la degenerazione manettara di parte del popolo a cui sento di appartenere.
Di Berlusconi ho sempre temuto la tendenza a trasformare la politica in una grande fabbrica di consenso e il governo in uno strumento per mantenerlo, la promozione di un ceto politico inadeguato a funzioni diverse dall’applauso, l’intolleranza per la divisione e l’equilibrio dei poteri, la promozione di Bossi a statista e lo sdoganamento dello squallore post-fascista.
Gli imputo di avere una grande responsabilità nell’aver favorito lo sgretolamento sistematico di ogni base e struttura sociale nel nostro paese, alimentando un individualismo egotico che ci lascia oggi smarriti davanti alla necessità di recuperare un filo razionale di progetto collettivo.
Ha costruito una folla eterogenea di cinici e estasiati, allestito un governo come fosse un reality, determinato un’opposizione unita ancora e solo dalla sua persona.
Ci ha lasciato in eredità un paese spolpato dalle scorribande dei soliti noti e dei loro nuovi epigoni, dove tutto ha potuto diventare oggetto di scambio e di commercio, dove nell’assenza della sola ipotesi di una politica economica e industriale chi ha saputo e potuto farlo ha vinto il banco e abbandonato il tavolo, lasciando più poveri tutti gli altri.
Se ne è andato senza volerlo, ha minacciato il ritorno, ha lasciato definitivamente, salvo poi, per ironia o per calcolo, subire l’onta di una condanna che affogherà nel mare della prescrizione, ma che per il momento lo porta a riaffacciarsi sul palcoscenico del titanic.
La scena tuttavia non è più sua, ma della triplice eredità che ci ha lasciato.
Mario Monti e i suoi boiardi, generati dalla reazione all’incuria, al discredito e al collasso prossimo venturo, liberisti per procura e alfieri della post-democrazia tecnocratica, paladini della meritocrazia ereditaria per diritto dinastico.
Beppe Grillo, grande catalizzatore di ogni rancore individuale, tribuno della plebe e aspirante al ruolo sempre ambito di primo oppositore, nemico eletto di e da ogni potere costituito.
Matteo Renzi, il nuovo illusionista, l’uomo dalla battuta e dal sorriso giusto, buono per il palco e per il retro palco, che promette la rivoluzione senza i rivoluzionari e piace alla destra non perchè sia dei loro, ma perchè parla la lingua e indossa il personaggio del vecchio capo.
Monti, Grillo e Renzi, ovvero la coppia che fa sognare ogni potere conservatore italiano e il virus gentilmente donato alla sinistra.
Berlusconi non andrà in galera, ma se pure fosse non mi troverete fra quelli che festeggiano. 
Ho già altro di cui preoccuparmi.

giovedì 18 ottobre 2012

Ancora TINA. Oppure Vendola


La nostra vita è fatta di scelte.
Scegliamo ogni giorno a chi sorridere e per chi valga la pena piangere, a chi donare il nostro tempo e da chi farcelo rubare, quali scarpe indossare e che cosa mangiare, se incontrare un amico o assaggiare la solitudine.
Scegliamo con chi vivere e vorremmo poter scegliere il momento della nostra morte, e in ogni momento oscilliamo fra l'abbandono e la lotta, sia per un'idea, per un figlio, per il nostro futuro.
Poi solleviamo lo sguardo sulla politica e la strada che ci viene indicata è diritta e senza vie di uscita.
Non c'è alternativa al precariato che consuma le vite e le generazioni, al lavoro minacciato e senza diritti, alla fatica di un tempo che non prevede il riposo, alla dignità offesa ogni volta che si china la testa.
Non c'è alternativa alla dissoluzione dello stato sociale, all'espansione infinita delle spese militari, alla demolizione della scuola pubblica e di tutti, alla negazione del diritto alla salute. 
E nemmeno esiste un'alternativa al potere irresponsabile dei soliti noti, alla fuga di chi ha la forza di andare e non ha più quella di restare, al cancro delle mafie, ad una crisi che giorno dopo giorno consuma la storia dei nostri padri e il nostro presente.
Figurarsi se si può pensare ad un’alternativa a Monti o a chi per lui, all’Europa del rigore che sa di funerale, ad un’Italia piccola e immersa nel suo rancore e nelle sue paure, al quotidiano giudizio divino dei mercati, alla mano invisibile e inflessibile dello spread.
La nostra vita è fatta di scelte, ma quando è in gioco la vita stessa vorrebbero che la consegnassimo all’inevitabile.
Oppure Vendola, perchè è così che noi oggi diciamo che la democrazia è molto di più  che  aggiungere una spezia ad un piatto già cotto e la libertà la premessa di qualsiasi domani.
Noi non ci consegnamo alla ragione di quelli che avevano torto e che ancore pretendono di far pagare il prezzo dei loro errori a chi paga da sempre.
Non ci rassegniamo alle mezze misure, ai diritti surrogati, alle parole sbiadite di un ceto politico figlio di troppe sconfitte o mai sceso in campo.
Non vogliamo rottamare nessuno, perchè abbiamo troppo rispetto della vita e della storia di ognuno, ma sappiamo quanto la storia possa pesare fino a rendere inerti e consigliare il commiato.
Vogliamo salario e diritti, perchè ci piacciono le parole antiche, e uguaglianza, solidarietà e giustizia sociale, perchè la modernità finisce nella loro scomparsa.
Amiamo la complessità, che ci costringe a studiare e coltivare il dubbio, a sperimentare percorsi inediti, a rifiutare ogni tipo di vaffanculo, che, detto sottovoce, se non è fascista non ci va lontano.
Crediamo che il centrosinistra sia ciò che di meglio si possa offrire al paese, ma che l’Italia meriti di più di un usato sicuro o di un camper che viaggia al ritmo stanco degli anni ’90, spacciando per nuovo ciò che era già vecchio 20 anni fa.
Se non c’è alternativa alla strada che corre verso il precipizio, non si tratta di rallentare, nè di sperare che qualcuno costruisca un ponte, ma di assumere fino in fondo il coraggio e la forza di aprire una via nuova.
Vogliamo Vendola presidente del consiglio. Per noi, molto prima che per lui.

martedì 25 settembre 2012

Le brutte storie finiscono peggio


Le brutte storie finiscono peggio. 
Se qualcuno cercasse una conferma, passasse in rassegna i frame della Seconda Repubblica italiana, per chiedersi poi quanto attaccamento alla democrazia debba avere un popolo per sopportare l’urto di un ventennio iniziato con Tangentopoli e finito con il crepuscolo dei cacicchi berlusconiani e affini.
Il pluridecorato Roberto Formigoni, la fasciosindacalista Renata Polverini, il Lombardo di Sicilia, succeduto all’uomo d’onore Toto Cuffaro, e poi gli Scopelliti, i Caldoro, i Cappellacci, e tutta la risma dei signori delle preferenze, che servono anche quando non ci sono, e i beneficiati di ogni tipo, fra nomine e recuperi.
Un esercito di custodi del favore e del privilegio, dispensatori di regalie e gran costruttori di grovigli di interessi più o meno leciti, dove tutto si tiene e si confonde, riportando il potere alla sua natura più bassa, quello di collante fra interessi individuali e di gruppo, senza alcuna ambizione se non quella di una ricca, eterna sopravvivenza.
Berlusconi è stato il gran maestro, il trait d’union fra le pratiche e culture più sordide della prima Repubblica e il grottesco banchetto che le è succeduto.
Ha teorizzato che la politica fosse il piccolo pascolo per uomini dappoco ma dai grandi appetiti, perfetti per garantire una fedeltà sconfinata, e a questo l’ha ridotta, senza incontrare ostacoli insormontabili in una sinistra sempre più priva di anima e passione, se non quella generata dall’ebrezza delle lotte intestine.
Abbiamo creato una classe dirigente, perchè è così che purtroppo va chiamata anche l’intendenza, quando le viene affidata la guida del convoglio, senza nerbo, spirito e cultura, eppure fortissima, nel creare le condizioni della propria affermazione.
Ora la vediamo affondare nel discredito e nell’insulto, lasciandoci in balia dei commissari tecnici, a cui non tocca nemmeno l’onere della prova, messi davanti allo spettacolo quotidianamente offerto da cricche che hanno la spudoratezza di autodefinirsi partiti.
A noi che abbiamo resistito, e ancora resistiamo, resta la rabbia e lo sconforto di sentirci ancora una volta diversi, quasi che per la sinistra di questo paese esista una condanna perpetua all’alterità.
Diversi perchè non abbiamo rubato, abbiamo provato e costruire sprazzi di buona politica, abbiamo scarpinato per mille piazze, tentato l’assalto ai piccoli cieli del presente, investito noi stessi, che era l’unico capitale di cui potessimo disporre.
Abbiamo persino continuato ad attaccare i nostri manifesti, distribuito i nostri volantini, occupato i social networks con i nostri pensieri. 
E oggi pare che fossimo rimasti soli a farlo, e allora più che fessi potremmo sentirci pure un po’ orgogliosi.
Però non è di noi che parla la Repubblica che ci lasciamo alle spalle, col timore che in quella che viene sarà forse difficile entrare, ma degli altri, che ci consegnano un ventennio perduto per tutti, tranne che per loro.
Come il morto proveranno ad afferrare il vivo, con l’aiuto non disinteressato di chi oggi mette nel denunciarli la stessa energia prima usata per coprirli, e ci proveranno con tutte le loro forze, perchè se siamo tutti colpevoli, saremo tutti assolti, o almeno in purgatorio.
Andò più o meno così, quando questa brutta storia cominciò, e dopo vent’anni siamo ancora qui a chiederci perchè.
Quindi i vivi è bene che comincino a correre, e anche piuttosto rapidamente.

domenica 16 settembre 2012

Renzi, Favia e il liberismo antropologico


Nell’ultima settimana ci siamo baloccati con due non-notizie, la candidatura di Renzi alle primarie del centrosinistra e il gioco di ruolo all’interno del M5S.
Non-notizie perchè ampiamente annunciata la prima e del tutto prevedibile la seconda.
A tenerle insieme, senza che tuttavia questo abbia avuto alcun tipo di riscontro nei commenti ad alcun livello, l’assoluto disprezzo per le regole della propria comunità che accompagna entrambe le vicende.
Renzi parteciperà a primarie che, da statuto del proprio, non di un altrui, partito, non avrebbero dovuto riguardarlo, e lo fa chiamando dall’esordio al voto l’elettorato di centro-destra, aggiungendo così uno sfregio sostanziale a quello formale già consumato.
Favia, nel ribellarsi con una sceneggiata al duetto Grillo-Casaleggio, per cui potrebbe valere l’immortale slogan riferito alla coppia Craxi-Berlusconi, colpevole di chiudergli la strada ad ogni prosieguo di carriera politica, contesta l’unico, riconosciuto caposaldo del M5S, il fatto che nel movimento Beppe Grillo possieda nulla se non il tutto, ovvero il simbolo elettorale.
Renzi conosceva perfettamente lo statuto del partito a cui ha aderito e che gli ha consentito di diventare sindaco di Firenze, così come Favia era a conoscenza del non-statuto del M5S, a cui deve, stando rigorosamente al suo curriculum, tutto.
Eppure l’ambizione, grande in un caso, molto piccola nell’altro, cancella evidentemente ogni ricordo.
Non può tuttavia impedirci di riflettere su quanto a fondo sia penetrata in ogni angolo della politica italiana la cultura berlusconiana dell’assoluta indifferenza alle regole condivise, del primato della volontà individuale sui limiti collettivi, della costante imposizione del fatto sulla norma, sempre ridotta ad orpello insignificante.
Potendo sempre contare sulla grancassa offerta da un apparato mediatico immediatamente pronto a premiare chi sorpassa in corsia di emergenza, perchè non si può dare torto a chi ha forza e desiderio di correre.
Si tratta di liberismo antropologico, di chi sogna fughe solitarie in avanti senza lacci e lacciuoli, di pallida mimesi del titanismo berlusconiano, che era sorretto da potere reale, mentre qui si rivela solo volontà di impotenza, di narcisismo che sfrutta la debolezza della politica per imporsi sorretto dalle voci dei padroni.
Che si cerchi una cuccia calda o palazzo Chigi poco conta, perchè l’atteggiamento è lo stesso e si rivela di destra nel profondo, volto com’è a disarticolare le regole che, brutte o belle che siano, fanno di una muta una comunità.
Si potrà provare finchè si vuole a convincermi che Renzi è il giovane capace di ribellarsi ad una nomenklatura mummificata, o Favia il rivoluzionario oltre il dispotismo del padre-padrone e del padrino.
Per me resteranno due gocce insapori di ambizione e opportunismo in un bicchiere vuoto.
Detto questo, del grillino pentito non varrà più la pena di parlare.
Renzi lo sconfiggeremo nelle primarie, per la ragione semplice che le idee che propone rottamate lo sono già e non valgono nulla nemmeno come pezzi di ricambio.

domenica 9 settembre 2012

L'Europa, l'agenda Monti e il centrosinistra


Scalfari nel suo domenicale su Repubblica esprime apertis verbis un consiglio funereo alla sinistra italiana.
Chiedere rapidamente gli aiuti europei, così da commissariare il paese e rendere l’agibilità democratica del futuro governo paragonabile a quella di chi debba scegliere se condire la pasta al sugo con menta o prezzemolo.
Questo accade nello stesso giorno in cui il Corriere della Sera cuce e ricuce un sondaggio sul futuro della politica nazionale per annunciare che quattro italiani su dieci sarebbero favorevoli alla riproposizione di un governo tecnico.
Casini a Chianciano ripropone naturalmente la stanca litania del Monti dopo Monti, e possiamo scommettere che questo rilancerà il dibattito sul futuro politico del Professore.
Tutto questo non è naturalmente un complotto, ma semplicemente il progressivo concretizzarsi di un progetto politico, che spinge a focalizzare il dibattito politico italiano, e di conseguenza gli schieramenti elettorali, lungo la direttrice del giudizio sull’Europa, intesa non come spazio politico aperto al cambiamento, ma come rigida costituzione materiale del rigore neo-liberale.
Da questa impostazione il centro-sinistra deve avere la forza di stare molto lontano, perchè sarebbe la sua fine e la fine di ogni possibile ambizione alla trasformazione del paese.
Ci sono, è vero, alcuni elementi certi.
Il primo è che l’Italia, come l’Europa, sia attraversata da pulsioni neo-nazionaliste, interpretate per lo più a destra, ma non di rado a sinistra, capaci di raggiungere importanti risultati elettorali, individuando i responsabili della crisi sociale, economica e politica nelle tecnocrazie di Bruxelles e Francoforte.
Ne sono esempio in Italia il M5S e la Lega, accomunati tra l’altro dalla richiesta di un referendum sulla moneta unica, così come a sinistra chi chiede la denuncia unilaterale del fiscal compact.
Il secondo è che la vittoria di Mario Draghi nell’imporre la possibilità di acquisto illimitato di titoli di Stato da parte della BCE, senza che questa sia considerata un creditore privilegiato, pur in un contorno di condizioni molto rigide, cambia significativamente il quadro europeo e, se possibile, costringe anche ad un giudizio più fluido sul governo Monti.
Se infatti fino a ieri non era possibile trarre alcun bilancio positivo delle politiche recessive dell’esecutivo dei tecnici, mentre erano sotto gli occhi di tutti l’aumento della disoccupazione e delle ineguaglianze sociali, il via libera della Germania ad un’interpretazione sempre osteggiata dei poteri della BCE è un risultato oggettivo che permette di guardare con maggior serenità al futuro continentale.
E’ tuttavia necessario evitare di trarre da queste due considerazioni l’idea che l’agenda Monti sia quindi l’unica strada possibile per gli europeisti italiani, dato che chi vi si oppone punta le proprie carte sul ritorno alla piena e assoluta sovranità nazionale, traendone la conseguenza ultima che gli europeisti debbano convergere fra loro adottando l’agenda Monti come programma elettorale e di governo, come appunto suggerito da Scalfari e dal Corriere, ma anche da D’Alema e parti importanti del PD, che traducono questa formula nell’alleanza PD-SEL-UDC.
Tornare alla politica significa invece avere il coraggio di affermare che il governo Monti ha rappresentato una proposta autenticamente europeista di uscita dalla crisi, ma una risposta di destra, e che quindi deve e può esistere una risposta di sinistra altrettanto franca e leale sul tema della continuità dell’esperienza della UE.
Cosa sarebbe d’altronde l’agenda Hollande se non questo?
E quale dovrebbe essere il primo compito della sinistra italiana che guarda all’Europa, se non quello di liberare dalla solitudine la Francia socialista?
L’Italia, nonostante la crisi economica e di identità in cui si dibatte, nonostante vent’anni di ostinate politiche volte a collocarla nella semi-periferia del mondo, non è un paese secondario nella UE. 
E’ il terzo contribuente al bilancio comunitario, la seconda economia manifatturiera, il quarto paese per numero di abitanti.
Questo ha determinato una forte esposizione all’urto della speculazione finanziaria, ma ci impone anche la responsabilità di affrontare le prossime elezioni pensando a quale ruolo assumere da protagonisti, e non da paese destinato ad un eterno commissariamento.
Essere europeisti significa esattamente questo. 
Abbandonare ogni ambiguità sulla volontà di fare ogni sforzo per mantenere la stabilità del continente e della moneta unica, ma allo stesso tempo essere consapevoli che la direzione da prendere è quella del rilancio dei veri pilastri della civiltà europea, l’aspirazione a solidarietà ed uguaglianza e quindi il welfare state.
Su questo l’agenda Monti non può avere nulla da dirci, ma su questo si giocherà il futuro della sinistra italiana e continentale.
Sarà bene averlo presente nei prossimi mesi.

sabato 8 settembre 2012

Bersani, Renzi e l'alternativa possibile


A Matteo Renzi va riconosciuta una cosa.
Ha avuto il coraggio di lanciare una sfida aperta al complesso gioco di equilibri che regge e incastra le grandi e piccole nomenclature del PD, anche se va ricordato che ha immediatamente ricordato di volerci poi rientrare da protagonista, chiedendo un riequilibrio del partito sulla base dell’esito delle primarie.
Il gioco della rottamazione, ridotto al suo nocciolo essenziale, è in fin dei conti questo. Costruire una corrente che prima non c’era sulle ceneri di quelle già esistenti, andando oltre e riaggiornando la geografia interna del PD, ancora direttamente determinata da cordate ereditate dalla prima repubblica.
Comunque vadano le cose, le primarie per il Partito Democratico saranno quindi uno shock, perchè sull’onda di una guerra lampo dai contorni incerti salteranno o saranno messe in discussione molte rendite di posizione accuratamente costruite e custodite.
Questo lo hanno capito bene i renziani, all’attacco con ambizione, e il resto del mondo, stretto attorno a un Bersani trasformato suo malgrado nel rifugio peccatorum dei conservatori.
E’ un paradosso, ma una parte delle primarie, che decideranno il futuro del centro-sinistra, si giocherà quindi secondo il più classico degli schemi da congresso di partito, con l’obiettivo del rinnovamento dei gruppi dirigenti sopravanzante, e di molto, la contesa sulla proposta politica.
Il problema è che questo schema trova terreno fertile in un paese in cui da tempo il neo-conservatorismo impone la chiave di lettura per cui all’origine della crisi non starebbe lo spartito, ma gli interpreti.
E’ un gattopardismo 2.0, in cui è necessario che i volti cambino, perchè nulla cambi negli equilibri reali del potere italiano.
Renzi è un giovane blairiano fuori tempo massimo, Bersani un vecchio socialdemocratico di ritorno.
Renzi interpreta una proposta politica che in qualsiasi sinistra europea è abbandonata nell’armadio degli errori fatti, ma non appartiene a “quelli che in questi 20 anni hanno distrutto l’Italia”.
Bersani insegue zavorrato dai tanti Letta del PD la linea di Hollande, ma era lì, presente e protagonista negli anni della gogna, e con lui la lunga litania dei suoi sostenitori.
Chi pensa che prima o poi nella contesa i contenuti si imporranno decisamente sui narratori non ha letto nulla del contesto costruito dalla grande stampa, non si è interrogato sulle ragioni insieme profonde e superficiali dell’esplosione del M5S, non ha riflettuto abbastanza su quanto profonda sia la crisi di credibilità della classe politica.
Nichi Vendola, che si vuole emarginato in primarie trasformate in un congresso-OPA del PD, può intervenire a questo punto del discorso.
Non ha mediazioni al ribasso da cercare sul piano dei contenuti, non ha un partito da offrire come terreno di conquista, può esibire nodi di classe dirigente qualificata e non compromessa.
Può incarnare insieme la pienezza della proposta dei progressisti europei e un’ipotesi di cambiamento da sinistra del paese, ma anche l’idea vitale che queste possano innestarsi su una nuova generazione prestata alla politica.
E’ in sintonia con la modernità della crisi molto più di quanto lo sia Renzi, con il suo montismo superficiale, i suoi Marchionne e Ichino, la sua ambizione debole a continuare la farsa del potere impotente.
Ma può anche essere il grimaldello che scioglie i nodi del sistema linfatico bloccato della sinistra italiana, tanto odiato perchè specchio di un paese incapace di offrire le più elementari opportunità, inchodato nelle logiche dell’attesa e della cooptazione.
Non ha bisogno di rottamare nessuno, perchè il suo obiettivo non è fare spazio nel PD a gente stanca di prendere la rincorsa senza avere il coraggio del salto, ma può con educazione indicare a molti la strada di un meritato riposo.
E poi, a questo punto, rischia di essere l’unico in grado di salvare le primarie dal PD e il PD da se stesso.

domenica 19 agosto 2012

L'ILVA è il passato o il futuro dell'Italia?


La vicenda dell’Ilva misura il livello della crisi italiana, molto più di quanto facciano le statistiche sul crollo del PIL, sulla crescita della disoccupazione e del precariato, sul calo dei redditi e l’erosione del ceto medio.
O per meglio dire, illumina tutti questi dati di una luce diversa, scoprendo un paese lontano da quello che ancora sopravvive nell’immaginario nazionale.
In un paese del G7 non dovrebbe esistere un caso ILVA, non si dovrebbe nemmeno contemplare la possibilità di un conflitto da anni ’70, in cui il diritto alla salute di un intero territorio venga fatto scontrare con la continuità del lavoro.
Questo perchè quella voce negletta del bilancio nazionale, gli investimenti in bilancio e innovazione, è esattamente il vettore che consente di adeguare le ragioni di un’economia industriale alle esigenze di tutela ambientale proprie di una società sviluppata.
L’industria di base non è scomparsa da Germania, Francia, USA, Giappone, per scaricare tutte le proprie esternalità sui paesi emergenti.
Ha certo ridotto i propri volumi, ma si è evoluta, alzando il proprio livello di sostenibilità.
In Italia questo non è accaduto. In Italia la scelta si è giocata fra smantellamento di interi comparti produttivi e loro mantenimento in condizioni inalterate.
In Italia la Thyssen Krupp, la stessa Thyssen Krupp che in Germania è all’avanguardia nelle condizioni di sicurezza del lavoro, può condannare a morte 7 operai per la mancanza di estintori.
In Italia l’ILVA può porsi il problema di eludere o evitare l’abbattimento dei livelli di inquinamento, perchè può contrattare in termini ricattatori le condizioni della propria presenza.
Qui sta il problema per la politica.
Se la produzione di acciaio è un interesse nazionale, così come l’industria dell’autotrasporto, e si può convenire che lo sia, questo deve valere in entrambe le direzioni.
Si dovrà garantire il mantenimento dei presidi industriali, ma questi non potranno avere il potere di ricatto che pretendono di mantenere.
Non può valere il principio che se all’Italia serve l’acciaio allora questo potrà essere prodotto solo alle condizioni dettate dalla proprietà degli stabilimenti, perchè questo percorso logico è esattamente il contrario della tutela dell’interesse collettivo, che pretende invece che proprio laddove sia più alto il valore strategico di una produzione debba e possa essere più forte il potere di condizionamento pubblico.
Dopo di che, che le classi dirigenti italiane, economiche e politiche, abbiano perseguito nell’ultimo ventennio una cosciente e coerente operazione di declassamento del paese, con l’ambizione di abbassarne gli standard sociali e produttivi, è ormai un segreto di Pulcinella.
Ora Bersani dice che il tema centrale debba diventare la ripresa di una capacità di politica industriale. 
Bene, io sono per prenderlo in parola e rilanciare.
In Italia i ceti possidenti hanno sempre saputo fare solo una cosa, sfruttare rendite di posizione fino al loro esaurimento.
Oggi l’esaurimento è prossimo, e noi dobbiamo decidere se arrenderci definitivamente al declino e accettare di essere un ricco paese della periferia, dove la ricchezza è naturalmente concentrata nelle mani di pochi, o provare a recuperare un ruolo che che ci è stato proprio, all’interno della cornice europea.
All’Italia andrebbe però detta la verità, andrebbe spiegato se l’ILVA, così come la FIAT di Marchionne, è un residuo del passato da portare rapidamente nella modernità, o l’anticipo del nostro futuro, come tutte le scelte degli ultimi anni farebbero pensare.
Detta la verità, la sinistra avrebbe l’obbligo di elaborare una proposta di rilancio che passi per lo sblocco delle rendite attraverso la tassazione e per una stagione di investimenti pubblici nei settori chiave dell’economia, nonchè per un rafforzamento dei diritti, e quindi del potere d’acquisto, dei lavoratori.
Se suona vecchio, è solo perchè l’attualità del mercato all’italiana è quella che ci ha portati al punto in cui siamo.

sabato 11 agosto 2012

La sinistra alla prova di maturità


La scelta di SEL di contrarre un’alleanza con il PD in vista delle prossime elezioni politiche ha comprensibilmente aperto un intenso dibattito a sinistra.
Pesa infatti la rottura di un possibile fronte con l’IDV, che non ha più in SEL una sponda disponibile a coprirne gli eccessi verbali finalizzati a massimizzare visibilità e consensi, in cambio di un potenziale e del tutto teorico rafforzamento dell’ala sinistra della futura coalizione progressista.
Pesa allo stesso tempo, e apparentemente in misura assai maggiore, la rinuncia ad ogni veto, peraltro mai posto in questi termini dagli organismi dirigenti di SEL, nei confronti di possibili offerte di collaborazione all’UDC nel corso della prossima legislatura.
In questa combinazione molti hanno voluto vedere la disponibilità del partito di Nichi Vendola ad un percorso di continuità con Monti, dato che, in una visione manichea del tema delle alleanze, uscirebbe il partito della più intransigente opposizione, l’IDV, per entrare il più convinto sostenitore del governo in carica, l’UDC.
Fingendo di dimenticare, o considerandolo un elemento dissonante e quindi pretestuoso, la mossa di Pierluigi Bersani, che presenta una Carta di Intenti debole di fattori cogenti, ma in linea con il linguaggio e la direzione del socialismo europeo, e individua in SEL il primo interlocutore a cui presentarla per aprire un confronto, manifestando quindi simbolicamente l’intenzione di orientare a sinistra il perimetro dell’alleanza.
Contemporaneamente, si individua nelle primarie il metodo di definizione dell’identità e del programma del futuro centrosinistra, e si chiarisce progressivamente che l’apertura all’UDC riguarda la fase post-elettorale, nonostante la nebbia prolungata sulla trattativa sulla legge elettorale renda lecita qualsiasi ipotesi di presentazione alle urne.
Per me, che a SEL sono iscritto dal primo momento, e con qualche responsabilità di direzione politica, in tutto questo non c’è nulla di stupefacente, ma l’esito non scontato, data la debolezza della nostra forza istituzionale e organizzativa, di un’iniziativa politica fondata sulla costruzione di un nuovo centrosinistra di governo, libero dai dogmi neo-liberali, e aperto alla sfida del cambiamento.
In altre parole, credo che SEL nell’ultima settimana abbia segnato un successo, e che da questo si dovrebbe ricavare nuova energia per affrontare le primarie e quindi per rafforzare l’apporto della sinistra negli equilibri politici che si determineranno.
Vedo invece che è aperta una discussione che sfocia nel conflitto, e che questa va oltre la verve polemica di chi prova a recuperare consenso a posizioni chiuse nel proprio recinto minoritario.
In particolare, si sostiene che il governo Monti, e la fase che l’ha accompagnato, avrebbe già cambiato in modo irrevocabile il sistema politico italiano, costringendo tutti a fare i conti nel futuro prossimo prevalentemente, se non esclusivamente, con il giudizio che si da sul suo operato, e quindi ipotizzando che le uniche alleanze dotate di senso sarebbero quelle fra chi lo ha sostenuto da un lato e chi si è opposto dall’altro, al netto di alcune evidenti idiosincrasie ideologiche.
Si attribuisce al governo Monti un valore costituente, di nuova faglia delle politica italiana, in sostituzione del berlusconismo, più prossima alla classica divisione fra destra e sinistra, nella variante liberisti-rigoristi contro antiliberisti-presunti tali.
In questo modo non ci si rende conto, o peggio si sceglie il tanto peggio tanto meglio, di aderire esattamente allo schema di chi ha sommesso fin dall’inizio sull’esecutivo dei tecnici come strumento di uscita da destra dal berlusconismo, come chiave di una nuova Costituzione materiale e di un nuovo arco costituzionale, rappresentato appunto dai partiti dell’attuale maggioranza o, meglio, dalle loro evoluzioni.
Dal mio punto di vista, questo era il rischio maggiore posto dal governo Monti, la sua capacità di imporsi non come parentesi emergenziale, ma come virus capace di rigenerare il sistema a propria immagine e somiglianza.
Rischio apparentemente sconfitto, fortunatamente, se non si commetterà l’errore di contribuire in extremis a rivitalizzarlo.
La stessa idea d’altronde che quella fra liberisti e antiliberisti sia l’unico elemento di demarcazione sensibile, o comunque il prevalente, è sbagliata e illusoria.
Ne esistono infatti almeno altre due, di non minore importanza nell’Italia odierna, quella fra europeisti e anti-europeisti e quella fra difensori della Costituzione formale, imperniata sul tema della rappresentanza, e sostenitori dell’antipolitica, ovvero della demolizione dei perimetri costituzionali.
E io credo che la sinistra, per la sua storia e per il suo presente, non possa che stare dalla parte dell’Europa e delle istituzioni costituzionali, anche laddove, come ora, ne ravvisi limiti  e debolezze ai limiti del decadimento.
E non mi nascondo che elementi come il Fiscal Compact rappresentino nel breve, medio e lungo periodo il peggior attacco alla sovranità democratica e il miglior strumento di demolizione dell’unificazione continentale, ma allo stesso tempo non posso ignorare che la loro natura di trattato ne impedisca la denuncia unilaterale, pena un forte vulnus all’Unione Europea, e che quindi prima di arrivare per inerzia a quel punto si debba fare ogni sforzo per modificarlo nella sede propria, che è quella comunitaria.
Credo che questi ragionamenti non dovrebbero accompagnare solo i venduti del PD e i neo-traditori di SEL, ma interessare tutta la sinistra, prima che questa sia attraversata dal cupio dissolvi dell’auto-riduzione al ruolo di opposizione, forte o testimoniale che sia, ad un altro quinquennio di montismo, per il gusto tra gli altri di veder confermata la propria previsione di un PD definitivamente svuotato di ogni sussulto progressista.
I prossimi anni non saranno comuni. Potranno essere ricordati come quelli in cui l’Europa ha scelto la strada dell’unificazione politica o del ritorno alle monete e quindi agli Stati nazionali. 
Come quelli in cui alla crisi si risponderà con un nuovo ruolo del pubblico e del welfare o con il prevalere di logiche neo-vittoriane. 
Come quelli in cui si esce dalla crisi in piedi o con i piedi in avanti.
La sinistra oggi non è debole. Non lo è in Italia, nè in Europa, nè nel mondo. 
Ma in Italia rischia di giocarsi la pelle fra paure e miserie, per timore della democrazia e delle sue regole, per irrisolti problemi identitari, perchè quando pensa a Obama non riesce a ricordare lo slogan che ne sancì la vittoria, ma i limiti del suo governo.
Certa sinistra italiana pensa di avere le forze per sconfiggere da sola il capitalismo finanziario internazionale, ma ha paura di contaminarsi coi sepolcri imbiancati dell’UDC, o pensa ancora che per vincere una guerra si debba prima bombardare il quartier generale.
Noi, più modestamente, cerchiamo la leva che ci permetta di sollevare il mondo, se ne avremo la forza. Ma sempre ricordando che la politica deve guardare al domani, ma ha bisogno, per essere tale, di un qui e un’ora.

martedì 7 agosto 2012

Fra proverbi e realtà


Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei, recita la saggezza popolare, come a dire che in un mondo di cattive compagne si starebbe meglio soli.
Beppe Grillo l’ha capito tanto bene da farne l’unica, reale linea politica del suo movimento.
Soli contro tutti, dato che gli altri sono per definizione compromessi, laidi, incapaci e certo, forse, un po’ mafiosi.
Il più pulito c’ha la rogna, per restare all’antico.
Ognuno per se e Dio per tutti, e già che c’è ci guardi anche dagli amici, e così il primo che s’azzardi a mettere il naso fuori, a suggerire che, certo, le alleanze si fanno sempre e solo con gli elettori, ma si potrebbe anche provare a smettere di credere che la ragione cessai sull’uscio della propria casa, e quindi proporre una coalizione, quel qualcuno appunto sarà fulminato.
Incoerente, venduto, traditore, poltronaro, con la variante di chi l’aveva sempre saputo e di chi ha subito la peggiore delusione della propria vita, che in questo caso si presume giovane.
Tutto questo in assenza di qualunque considerazione del contesto, della storia e dell’attualità.
Il contesto è quello, pesantissimo, di un paese a rischio di perdere ciò che resta di una sovranità traballante, con un sistema politico a brandelli, uno stato di viscerale frattura del vincolo di rappresentanza, un crollo verticale della propria capacità economica, in un quadro di finanza pubblica preoccupante.
La storia è quella di un partito, SEL, nato dalla scommessa di poter portare in un ambito di governo le culture politiche della sinistra e dell’ambientalismo, altrimenti confinate per propria scelta nella ridotta del massimalismo e dell’ideologia.
L’attualità è quella inattesa di un governo “tecnico”, nato con l’ambizione di riscrivere a propria somiglianza un sistema politico in decomposizione, e ridotto a fallimentare amministratore straordinario dello Stato, sorretto dai voti del PD, e avversato da tutte le altre forze della sinistra politica e sociale.
Resta da ricordare che il voto del 2008 ha consegnato alla destra e a Berlusconi il governo fino al 2013, e non ad altri, e che quindi, per amor di verità, le politiche di Monti andrebbero raffrontate a quello che farebbero loro, e non a ciò che faremmo noi.
E che quindi, proprio in considerazione di contesto, storia e attualità, dovremmo imparare, per una volta e non di più, dagli americani a girare lo sguardo, e a giudicare non cos’abbia fatto chi detiene il potere, ma cosa farà chi si candida a detenerlo.
Certo, ci vuole coraggio nell’Italia del 2012 ad abbandonare la cultura del sospetto, che ci induce a chiedere all’altro dove fosse ieri, anzichè dove insieme potremmo essere domani.
Ma è proprio su questo, sull’immaginare un futuro politico con il M5S, che per quanto mi riguarda si consuma una frattura irrimediabile con Di Pietro.
Il suo domani, semplicemente, è molto diverso dal mio.
Quello che so invece è che domani vorrei essere al fianco di Hollande a rimettere in discussione il futuro dell’Europa, perchè la Francia altrimenti morirà di solitudine, e vorrei restituire al mio paese il ruolo di potenza, mi si scusi il termine, produttiva, anzichè di triste pascolo per le cavallette della rendita, e vorrei riparlare di welfare state come motore della crescita, anzichè come voce di bilancio da tagliare.
Vorrei parlare di patrimoniale e di reddito minimo, e restituire a chi è andato l’opportunità di tornare, anzichè veder partire in massa i migranti che fino a qui ci hanno accompagnato.
Ho pensato di poterlo fare col PD, nonostante oggi sostenga Monti e ieri abbia sostenuto anche di peggio, e confesso di aver pensato che quando si tratterà di ridiscutere il fiscal compact persino l’UDC potrebbe essere interessata, in nome di quella brutta cosa che si chiama interesse nazionale.
In fondo, dalla crisi, come da ogni prodotto umano, si può uscire, ma stavolta solo da sinistra, come ci dimostra il tentativo opposto di Monti.
Bisogna tuttavia provarci, a partire dalla considerazione che in mezzo non ci sta nessuna virtù.
Col PD? La speranza è l’ultima a morire.