giovedì 4 aprile 2013

Politica e finanziamento pubblico. Alcune riflessioni


Matteo Renzi pubblica parte dell’elenco dei finanziatori della sua campagna per le primarie e rilancia sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti.
Dico immediatamente che una seria normativa sulle donazioni private a movimenti politici o singoli candidati dovrebbe impedire di nascondersi dietro lo schermo della privacy.
Conoscere l’identità di ogni singolo sottoscrittore è infatti fondamentale per farsi un’idea del profilo reale di un personaggio pubblico e non possono esistere ignoti benefattori, dietro cui potrebbero nascondersi soggetti interessati e poco limpidi.
Questo è tuttavia un aspetto fondamentale ma non centrale.
Ciò di cui vorrei parlare è altro, ovvero l’idea che la politica possa finanziarsi esclusivamente attingendo ai versamenti volontari di simpatizzanti, iscritti ed elettori.
Due sono le obiezioni che sento fare in queste ore. 
La prima è che in questo modo si lederebbe la possibilità di partecipare attivamente alla vita pubblica per chi non disponga di adeguate risorse personali, o di chi non abbia relazioni tali da attivare adeguati canali di raccolta fondi. 
In Italia le due cose spesso coincidono.
La seconda è che attraverso il sistema dei finanziamenti soggetti economici di primo piano avrebbero la capacità di indirizzare a proprio favore le scelte della politica, favorendo la vittoria di chi più sia vicino alle proprie aspettative.
Quest’ultima argomentazione mi sembra molto debole. 
Chiunque conosca la politica americana sa infatti che il sistema corruttivo si fonda non tanto sui meccanismi di fund raising, quanto piuttosto sulla pratica delle “porte girevoli”, per cui è molto facile ottenere i favori di una classe politica a tempo e priva di garanzie per il proprio futuro garantendo un’adeguata sistemazione al termine del mandato. Non a caso le carriere politiche di congressisti e senatori dotati di grandi ricchezze proprie o legati ai movimenti sociali sono molto più lunghe di quelle di chi interpreti il mandato come un passaggio verso altre collocazioni, normalmente più legato alle lobbies.
Paradossalmente, e lo dico come provocazione, sono molto più destabilizzanti per l’etica politica proposte come il limite dei mandati, la riduzione delle indennità, l’abolizione di paracaduti odiosi come i vitalizi, di quanto lo sia l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti.
Più problematico il primo tema.
Se è infatti fuori discussione che sia teoricamente più facile per la destra ottenere finanziamenti alle proprie formazioni politiche, lo è altrettanto che la storia dei partiti di massa ci dimostra che la sinistra, intesa come organizzazione dei deboli e degli sfruttati, ha avuto la capacità di strutturare macchine imponenti contando esclusivamente sulla volontà di partecipare anche economicamente dei propri aderenti.
E’ la rescissione del legame sentimentale fra la sinistra e il suo popolo che ha generato la dipendenza dal finanziamento pubblico, e non una ragione ontologica.
Possiamo anzi dire che il finanziamento pubblico è stato un anestetico debilitante che ha permesso per molti anni di ignorare drammaticamente proprio la grande questione posta da quella rescissione.
E’ tuttavia necessario considerare che qualsiasi riforma non interviene su un campo neutro, ma produce effetti sulla situazione data, e questa ci parla di un’Italia in cui il deterioramento del rapporto fra partiti e cittadinanza è tale da rendere impensabile che l’abolizione del finanziamento pubblico aprirebbe magicamente le porte ad una massiccia e diffusa contribuzione privata alla politica, come quella che contribuì a portare Obama alla presidenza degli Stati Uniti.
L’effetto sarebbe quindi quello di determinare nell’immediato un vantaggio competitivo enorme per quelle forze politiche che possano disporre immediatamente di relazioni forti con le maggiori, e peggiori dal punto di vista dell’interesse pubblico, lobbies economiche del paese.
Si dirà a questo punto che il M5S è la dimostrazione di come sia possibile raggiungere il 25% senza alcun finanziamento pubblico.
Questa affermazione, apparentemente inattaccabile, non tiene tuttavia conto di alcuni fattori.
Il primo è che il movimento di Grillo ha potuto fare della lotta ai costi della politica, fra cui il finanziamento pubblico, una straordinaria arma di consenso, che tuttavia non è evidentemente ripetibile, nè generalizzabile.
Il secondo è che il M5S dispone in tutta evidenza di risorse economiche opache, non contabilizzate, che ruotano attorno ad un media importante di proprietà privata, qual’è il blog di Grillo, in questo non dissimile dalle tv di Berlusconi.
Il terzo è che un partito che rappresenta il 25% degli italiani ha raccolto in campagna elettorale 500.000 euro, ovvero una cifra ridicola, se si pensi che equivale ad un versamento di 50 euro da parte di 10.000 persone, un piccolissimo partito, a fronte di 9 milioni di voti, e questo dimostra quanto sia difficile accedere a reali canali di finanziamento privato anche per chi viva un momento di straordinario consenso.
Se quindi riteniamo che la quantità di risorse immesse in una campagna elettorale non sia ininfluente rispetto al suo esito, e difficilmente potremmo non farlo nel paese che ha conosciuto il conflitto di interesse di Silvio Berlusconi, dovremmo essere pronti a discutere di come assicurare condizioni non solo minime di par condicio anche sotto questo profilo, pena l’ulteriore squalifica dello stato della nostra democrazia.
In caso contrario, dovremmo tenerci pronti al fatto che dopo aver ridotto alla fame la bestia partitica, bestie ancor più feroci tornino a contendersi lo spazio pubblico.

lunedì 1 aprile 2013

Se sembra già finita, non è ancora cominciata


Dall'inizio della crisi istituzionale apertasi con l'insediamento delle nuove Camere a me è parsa chiara una cosa. 
Una parte del paese, probabilmente minoritaria, riteneva e ritiene prioritaria la formazione di un Governo nel pieno delle sue funzioni e con mandato forte. 
Parliamo del mondo degli interessi organizzati, di quelle soggettività più esposte all'urto della crisi economica, ben rappresentate dall'editoriale del Sole 24 Ore, che a caratteri cubitali titolava due giorni fa Basta Giochi.
Un’altra parte, più liquida e legata alle dinamiche valoriali e di schieramento della politica, o più semplicemente poco propensa a credere che una qualsiasi soluzione, purchè rapida, sia migliore del ritorno alle urne, non vuole qualsiasi convergenza PD-PDL e ad essa si ribellerebbe.
A sciogliere questa contraddizione fra interessi diversi e trasversali avrebbe potuto contribuire il M5S, se avesse dato fiducia al tentativo generoso di Bersani, ma ha scelto di non farlo, per un presunto interesse elettorale, ma, io credo, soprattutto per la sfiducia di Grillo nella preparazione della propria rappresentanza parlamentare.
Napolitano, tornato dominus per rinuncia del Parlamento ad esercitare il proprio potere fondamentale, ovvero la fiducia ad un governo, ha quindi seguito la propria storia, cultura e personale inclinazione, scegliendo di rispondere al primo gruppo, anche a costo di una evidente forzatura della Costituzione.
Ha di fatto investito di pieni poteri un esecutivo che non potrebbe goderne, guidato da un primo ministro uscito sconfitto dalle urne, e gli ha affiancato un direttorio, la cui unica fonte di legittimazione è il rapporto fiduciario con la Presidenza della Repubblica, cui ha affidato il compito di stimolare la nascita di una grande coalizione, o almeno l’adozione di una nuova legge elettorale in grado di garantire una maggioranza stabile dopo elezioni ravvicinate.
Sia detto qui per inciso che individuare un tale sistema di voto nel quadro dato necessita doti da indovini ed espone al rischio di imprevisti pericolosissimi.
Ora entriamo quindi nella terra incognita di una legislatura che si avvia in assenza di un governo che possa fornire indirizzi e coordinate chiare, senza peraltro poterne ricevere da un Parlamento molto lontano dal costruire al suo interno un sistema di relazioni intellegibile.
Quanto potrà durare questa fase? Io credo molto poco e al massimo fino all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.
Come utilizzarla? Io credo restando ben ancorati agli 8 punti di Bersani, a partire da quelli immediatamente traducibili in iniziativa legislativa, puntando a costruire nelle commissioni parlamentari e quindi in aula quella convergenza con il M5S che non si è trovata nella costituzione del governo.
Va infatti resa impraticabile la china spalancata della convergenza al centro, magari facilitata dall’uscita di scena in un modo o nell’altro del macigno Berlusconi, e contestualmente inseguita con testardaggine l’idea che il potenziale di cambiamento di questo Parlamento possa liberarsi dalle ipoteche dei tanti padrini extra-parlamentari.
Pare difficile e velleitario? L’alternativa è la resa incondizionata ad uno dei tanti disastri annunciati.

venerdì 8 marzo 2013

Stallo e democrazia


Partiamo da una semplice considerazione. 
L’attuale legge elettorale è pessima per moltissimi e noti buoni motivi. 
Nella fase attuale ha tuttavia dimostrato di avere un pregio, ovvero rendere impossibile ad una delle tre minoranze che abitano il paese di ottenere in Parlamento una maggioranza autosufficiente, pur garantendo alla più robusta fra queste il diritto di esprimere un indirizzo nella formazione del governo.
Se fossimo non un paese normale, ma un paese dotato di una classe politica cosciente di se e delle proprie responsabilità, questa non dovrebbe quindi far altro che prendere atto che il popolo italiano ha cancellato nelle urne il bipolarismo e imposto le condizioni per un programma di origine parlamentare, disegnando non una, ma ben due ipotesi di possibile coalizione.
Cosa ben diversa dall’esito delle prime elezioni greche, quando Syriza si ritrovò priva dei numeri sufficienti, così come le formazioni che insieme compongono l’attuale maggioranza di governo, e lo sbocco elettorale fu quindi obbligato.
Ciò di cui si parla è invece il ritorno alle urne, nella speranza che gli italiani tradiscano fra pochi mesi la volontà che hanno voluto esprimere in febbraio, cambiando in massa la propria preferenza di voto.
Perchè tutti sappiamo che se questo non accadesse il futuro Parlamento sarebbe sostanzialmente nelle stesse condizioni di questo, con l’unica credibile variante di un diverso orientamento della Camera dei Deputati.
Nè a tagliare il nodo gordiano basterebbe la modifica della legge elettorale, dato che non esiste legge elettorale dignitosa al mondo che garantisca la governabilità in un paese diviso in tre tronconi sostanzialmente omogenei per forza e diffusione territoriale.
Il problema quindi è e resta esclusivamente politico e riguarda la capacità delle forze rappresentate nelle due Camere di interpretare se stesse alla luce della nostra Costituzione, che prevede il voto di fiducia come tutela fondamentale della forma di governo parlamentare, a cui io, personalmente, non rinuncerei mai.
E’ quindi opportuno avere ben chiaro che proprio la centralità del Parlamento, che ha retto fra mille difficoltà al ventennio berlusconiano e alle forzature di una prassi insistentemente orientata alla prevalenza dell’esecutivo, rischia di essere la vera vittima dello stallo attuale, aprendo le strade a qualsiasi soluzione e avventura, dato che, se è indifendibile un Parlamento che si abbandona alla propria umiliazione, ancor più lo diventa un Parlamento del tutto incapace di assolvere alla funzione di governo.
Berlusconi e i suoi questo lo sanno, e presumibilmente non se ne dolgono, avendo già espresso da tempo la propria preferenza per il presidenzialismo e non avendo mai nascosto di considerare le Camere alla stregua del Senato romano dell’epoca dei Cesari, luogo di agiata inconsistenza in cui perpetuare i riti del tempo che fu, al punto da riempirle di un’intera scuderia di cavalli.
Grillo e i suoi cosa ne pensano? Credono veramente che il futuro appartenga ad un Presidente garante di una legislazione emanante esclusivamente dal popolo attraverso referendum, come talvolta traspare, in una forma inedita, ma di sostanza vecchia, di Repubblica plebiscitaria?
Oppure sono convinti, come spesso affermano, che si debba ripristinare nella prassi una più forte distinzione di ruoli e funzioni fra potere legislativo e esecutivo, necessità sulla quale troverebbero senza difficoltà identità di vedute con la sinistra?
E’ anche di questo che stiamo parlando, forse senza la dovuta attenzione, in questi giorni, forse soprattutto di questo, della nostra Costituzione e del futuro della nostra democrazia.
Io infatti, a due settimane dall’elezione a deputato, non ho ancora trovato nessun motivo per festeggiare.

venerdì 22 febbraio 2013

Ripartiamo con SEL


Domenica 24 e lunedi 25 febbraio si consuma nelle urne l’epilogo della Seconda Repubblica.
E’ durata venti, durissimi anni, scossi da scandali e corrosi dal malaffare, persi ad inseguire un uomo e le sue ossessioni, e ci ha lasciato in eredità un paese impoverito, gonfio di diseguaglianze, lontanissimo dalla civiltà dei diritti europea, dove un lavoro precarizzato e umiliato fa da contraltare ad un’imprenditoria in piena crisi.
Hanno vinto le rendite e le zone d’ombra, la finanza opaca, l’evasione fiscale nutrita da condoni e compiacenze, l’illegalità fatta sistema.
Ma noi non abbiamo perso, perchè abbiamo saputo resistere e coltivare la speranza nelle tante lotte che hanno attraversato il paese, nella memoria dei nostri vecchi partigiani, nei movimenti sociali e ambientalisti, nei referendum che ancora cercano rispetto, nella solidità della nostra Costituzione e delle nostre malconce istituzioni.
Oggi quindi siamo qui, a chiedere al paese un atto estremo di fiducia nelle proprie forze e quindi nel centrosinistra.
Ci assumiamo una grande responsabilità, perchè ciò che chiediamo è di superare la rassegnazione, lo scetticismo, la rabbia, il rancore, potendo promettere in cambio solo il nostro impegno e le nostre facce, in un’Italia appesa a un filo.
Eppure lo facciamo, perchè non possiamo arrenderci all’idea che dopo Berlusconi possa esserci Berlusconi, nè che il nostro destino sia l’eterna palude della politica nazionale.
Lo facciamo perchè chi oggi riempie le piazze recitando la parte antica dello sdegno contro il potere e facili soluzioni ad ogni male promette il cambiamento, ma è solo il ringhio del gattopardo poi pronto ad ogni mansuetudine. Chiedere a Parma se si avesse qualche dubbio.
Lo facciamo perchè crediamo nell’Italia e nell’Europa, non ci arrendiamo allo sfascio, nè alla retorica del fallimento che lascia tutti indenni da ogni responsabilità.
Chiediamo un voto determinante e intelligente, ma anche utile, perchè non c’è nulla di cui vergognarsi nell’ammettere che oggi i voti sono tutti uguali, ma domani saranno differenti i risultati che quei voti produrranno, e una sinistra forte al governo del paese è diversa da una debole nell’angolo dell’opposizione.
Vogliamo governare, perchè ci sono momenti nella storia in cui tutto cambia e non è indifferente chi abbia il timone nelle mani.
L’Europa è a un bivio, fra un egoismo rigorista che la porterà alla dissoluzione e la possibilità che si affermi nuovamente il sogno degli Stati Uniti d’Europa, fondati sui valori costituenti della solidarietà e del lavoro.
L’Italia può essere determinante per indirizzarla dall’una o dall’altra parte e chiamarci fuori da questa contesa sarebbe un errore fatale.
Ognuno di noi può scegliere da che parte stare, ma ha il dovere di farlo con lucidità e lo sguardo al futuro, perchè se ci si limita a girare gli occhi sullo spettacolo osceno del presente tutto può sembrare perduto.
Tutto è invece nelle nostre mani, nelle nostre parole, nelle decisioni apparentemente banali che prenderemo in questi giorni di fine febbraio.

domenica 3 febbraio 2013

#propostasciocc. Non gli crederà nessuno?


L’ultima volta pareggiò le elezioni promettendo l’abolizione dell’ICI, stavolta rilancia, e arriva alla restituzione dell’IMU già pagata.
L’ultima volta dissero tutti che era una follia, e in effetti tale si dimostrò, stavolta tutti ripetono lo stesso, e chissà che non siano più convincenti.
Rimane però nell’aria un dubbio che sembra figlio di un’allucinazione: perchè non dovrebbero credergli?
Troppo sputtanato dicono, non ha mai mantenuto una promessa, è un truffatore manifesto.
Tutto vero, e sei quasi tentato di pensare che gli italiani in fondo l’avranno capita, anche se poi guardi i sondaggi e non dicono proprio questo.
Allora ripensi a questo inizio di campagna elettorale.
Ieri un tale ha raccolto una piccola folla sotto la pioggia battente a Bologna, la rossa, la colta, la civile Bologna, e fra un tripudio di grida e applausi ha chiamato i terroristi a bombardare il Parlamento italiano. E’ il leader del terzo partito italiano e promette, tra l’altro, di dare 1000 euro ad ogni disoccupato trovando i soldi nelle tasche di 1000 parlamentari.
Un altro si candida a Presidente della più ricca, europea e popolosa regione italiana, pare con sufficienti probabilità di successo. Era ministro dell’interno mentre il tesoriere del suo partito riciclava denaro pubblico in Tanzania e il figlio del boss inventava diplomi all’estero. Tra le altre cose, promette da trent’anni la secessione del Nord, e giura che questa sarà la volta buona.
Su altre sponde troviamo un magistrato che è riuscito nell’impresa di mettere in cassaforte le conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica, lasciare la magistratura italiana per quella guatemalteca, tornare e candidarsi a leader di un assemblaggio provvisorio di comunisti di varia estrazione, ambientalisti quasi estinti, giustizialisti della prima e dell’ultima ora, frammenti di società civile. Tutto in tre mesi, e pare che per qualcuno questa sia l’ultima speranza della sinistra italiana.
Resta qualcuno?
A pensarci bene si. Uno è il Presidente del Consiglio in carica e guida una coalizione di ispirazione cattolica e liberale. Ha governato un anno, con l’obiettivo di stabilizzare i conti pubblici e uscire dalla tempesta finanziaria. Ha ottenuto qualche risultato, scaricandone tutti i costi sui ceti medio e medio-basso. Ora vorrebbe fare di più in quella direzione.
L’altra è la coalizione di centrosinistra. Ne fanno parte un partito grande e incerto e uno molto più piccolo, senza dubbio di sinistra. Dicono tutti che vincerà e lo dicono da tempo. Ha un leader scelto da milioni di persone con le primarie, candidati selezionati con lo stesso metodo, un programma chiaro e semplice, relazioni, esperienza e carica di cambiamento.
Vi aspettate che il vero scontro elettorale sia tra questi ultimi due? Sono d’accordo, se non fosse che ogni giorno apro il giornale e scopro che tra questi due dovrebbe esserci un imprecisato accordo.
Questo è il quadro. Quindi siamo sicuri che non gli crederà nessuno?

PS: quel partito di sinistra nella coalizione di centrosinistra si chiama SEL. Molti ne parlano e tutti lo attaccano, perchè è la scheggia sana che può bloccare nel punto corretto questa scena impazzita. Vale la pena pensarci.

venerdì 1 febbraio 2013

A Ravenna licenziano e riassumono. Salario -30%


Non ci voleva poi molto a capire che inseguire la Cina sul piano dei diritti e del costo del lavoro avrebbe portato la Cina in Italia.
Non in termini di tassi di crescita naturalmente, ma di progressiva perdita di investimenti e quindi di produttività e capacità di generare valore aggiunto.
Le destre italiane, tecniche e politiche, hanno infatti deciso di affrontare il tema della competizione globale non attraverso la pressione su ricerca e innovazione, formazione delle lavoratrici e dei lavoratori, internazionalizzazione del sistema produttivo nel suo complesso, come sarebbe stato proprio di un paese ad economia avanzata, ma al contrario puntando sulla riduzione dei costi, e quindi su produzioni progressivamente depauperate, sulla demolizione del welfare e del sistema pubblico di istruzione, sullo spostamento della riproduzione della ricchezza nella rendita e nella speculazione.
Sono partito da qui perchè altrimenti non è possibile comprendere come siano possibili ordinarie storie di dumping interno, causate da un complesso normativo fondato sull’idea che debba sempre essere possibile ricattare il mondo del lavoro per ridurne aspettative e capacità di difesa dei propri diritti e livelli retributivi.
Fa parte di questo complesso normativo la legge 30, che moltiplica all’infinito le tipologie contrattuali e individualizza di fatto il rapporto di lavoro, l’assenza di democrazia sindacale nei luoghi di lavoro, che unita all’art.8 rende sempre possibili erga omnes contratti peggiorativi, il limite storico al diritto di rappresentanza sindacale e la divisione fra aziende sopra e sotto i 15 dipendenti, la Bossi-Fini, che determina un esercito di lavoratori in nero sottoposti al peggiore dei ricatti, e ora la modifica dell’articolo 18, e via così avanzando in un elenco infinito, alimentato dalla crisi in corso.
Per questo noi proponiamo di limitare le forme contrattuali e il numero dei contratti nazionali di lavoro, di abrogare l’art.8 e la riforma dell’articolo 18, della legge 30 e della Bossi-Fini, di introdurre un reddito minimo garantito per tutte e tutti, di portare e riportare i diritti sindacali in tutte le realtà produttive, comprese quelle medio-piccole.
Perchè riteniamo che la contrazione dei salari comporti una riduzione della domanda interna, e quindi contribuisca ad avvitare la crisi su se stessa, che un mondo del lavoro senza voce e diritti sia un pericolo per lo stato della democrazia, ma anche un handicap di medio periodo per lo stesso sistema produttivo, che l’impresa resa libera di inseguire i peggiori spiriti animali del mercato guadagni vantaggi effimeri che si traducono presto in disastri complessivi.
Quando parliamo di cambiamento del paese intendiamo soprattutto questo, e quando parliamo di sinistra di governo intendiamo che il nostro tempo deve essere questo, perchè altri 5 anni di Berlusconi o Monti non possiamo permetterceli.
Poi sono pronto a continuare la discussione.
Resta inteso, in conclusione, che il mio giudizio su Sani 2000, che rincorre al ribasso il costo del lavoro, dopo aver avuto nel nostro territorio la possibilità di realizzare un intervento immobiliare di una certa dimensione, che l’ha poi portata al monopolio del cinema cittadino, è uguale all’altro che la riguarda per le politiche tariffarie. Inqualificabile.

giovedì 31 gennaio 2013

Lo spettacolo della sinistra-glossa


Il Manifesto oggi pubblica un editoriale di Norma Rangeri dal titolo Lo spettacolo della sinistra, in una prima pagina ancor piú eloquente, dove alle foto di Vendola e Ingroia si accompagna cubitale ASTENETEVI.
L'articolo colpisce, perchè è certamente in sintonia con i sentimenti di molti di noi, che da giorni assistono da protagonisti o spettatori alla rissa continua che coinvolge SEL e RC, trasformando in rumore di fondo le rispettive campagne elettorali.
Tuttavia non aiuta, perchè dopo aver individuato il nodo vero della divisione a sinistra, e senza aver tralasciato di cogliere di passaggio l'importanza cruciale del prossimo appuntamento elettorale, lo mette fra parentesi, per concentrarsi su ció che dovrebbe unire, ovvero obiettivi di massima e valori.
Non serve infatti a nulla evidenziare le affinità presunte o reali fra SEL e RC su antiliberismo, pace e modello di sviluppo, e glissare sul nodo del governo, come se le prime dovessero prevalere sul secondo, e evitando peraltro di considerare la realtà del sistema elettorale e istituzionale vigente, come se vivessimo ancora nella Prima Repubblica del proporzionale.
In questo modo si partecipa a invertire l'ordine del dibattito e non si contribuisce a quello che dovrebbe essere lo scopo, riportare il confronto a sinistra sul binario corretto.
E' infatti del tutto chiaro che sul piano programmatico esista un'affinità fra le proposte di SEL e RC, così come su quello dei valori e forse persino dei fini ultimi.
Ma tutto questo è ininfluente, davanti alle due questioni centrali e intrecciate che dovrebbero animare la campagna elettorale e determinare le scelte a sinistra.
La prima è la valutazione della fase, che puó essere interpretata come momento cruciale di passaggio per il futuro dell'Italia e dell'Europa, o come estrema propaggine di un ciclo lungo del neoliberismo.
Si tratta in altre parole di capire se il vecchio sia già morto e il nuovo in gestazione, o se il vecchio sopravviva e ancora abbia la forza di trascinare i vivi con se.
Da qui discende la seconda domanda, più politica e immediata.
E' questo il nostro momento, quello in cui la sinistra possa portare fino al governo la sfida del cambiamento? O quello a cui dobbiamo ambire è una battaglia parlamentare di opposizione ai Monti e ai Berlusconi di sempre, in un'Europa lasciata priva di una sponda a sinistra dall'Italia?
Perché è di questo che stiamo parlando, e il discorso va portato avanti fino in fondo senza infingimenti. Compreso quello di dar credito all'idea che una pattuglia di 20 parlamentari appartenenti oggi e domani a 4 partiti diversi per cultura e prospettive possano incidere molto di più di quanto in questi 15 mesi abbia potuto fare la sola IDV, in assenza di movimenti sociali di cui oggi non si vede traccia diffusa. Vale a dire nulla, perché non si possono nascondere le torsioni di un sistema democratico che riduce a mera rappresentanza il ruolo dell'opposizione, al punto che una restituzione al Parlamento della funzione assegnatagli dalla Costituzione è uno dei temi correttamente nell'agenda del centrosinistra.
Portiamolo qui, il confronto fra le tante forze del cambiamento in Italia, sul terreno molto materialista e laico dell'efficacia, e non sarà meno duro e acceso, ma certamente più utile e comprensibile.  

domenica 20 gennaio 2013

Il centrosinistra basti a se stesso ed al paese


Si apre la campagna elettorale per quella che potrebbe essere una fra le legislature più significative della storia repubblicana, inserita nel mezzo di una lacerante crisi economica e sociale, in un quadro di ridefinizione degli equilibri internazionali, al punto più basso di credibilità degli attori politici e delle istituzioni democratiche.
Non si apre bene, fra un PD che pare restituito alle sue storiche contraddizioni e balbettii, i prodromi di una rissa a sinistra feroce quanto sterile, la deriva autoritaria del M5S e la rinnovata carica della destra berlusconiana, troppo presto derubricata a ricordo, in un paese che in nome di un ipocrita anticomunismo ha saputo digerire cose ben peggiori dell’immoralità di Arcore.
In mezzo Monti, ancora convinto di dover salvare l’Italia da se stessa e di poterlo fare con i voti altrui, memore dell’antica massima per cui i voti non si contano, si pesano, e i suoi, modestamente, hanno un peso laico ed ecclesiale.
Non aiuta una legge elettorale costruita per esaltare ogni imperfezione del nostro bicameralismo perfetto, abbinando un abnorme premio di maggioranza alla Camera alla difficoltà estrema di garantirsi una maggioranza risicata al Senato, con un pugno di Regioni detentrici della sovranità di ultima istanza.
E quindi siamo qui, in un paese che ha sperimentato fino all’ultimo le ricette delle due destre italiane, a chiedere un voto per il centrosinistra giocando sulla difensiva, con un palpabile, crescente timore di non farcela, al punto di lasciar intendere che anche se ce la facessimo, nessuno si preoccupi, perchè faremo finta di niente.
Sia chiaro che se è una mezza vittoria che si vuole, questo è il modo migliore per ottenerla.
Il centrosinistra si è insediato con forza nell’elettorato italiano con le primarie, quando ha avuto la forza di mettere in evidenza la pluralità dei suoi contorni, e insieme la capacità di portarli ad una sintesi nitida.
Si sono visti allora protagonisti di storie diverse e portatori di sguardi diversi sul futuro mettersi insieme nella competizione per scrivere un progetto condiviso di paese.
Sono quello spirito e quei protagonisti che vanno recuperati rapidamente, oggi che di nuovo sembra prevalere il vecchio vizio della tattica e delle mezze parole.
Patrimoniale non è un insulto, ma la condizione di una maggiore equità fiscale; il mitico centro non è un’oasi a cui aspirare, ma un antagonista elettorale, e lo stesso vale per Ingroia e la sua compagnia, a cui si possono contendere i voti, non chiedere impossibili desistenze.
E non è possibile ignorare il Mali e l’intero Sahel per anni, e poi cavarsela con una fiducia incondizionata alla Francia, quasi che l’Africa subsahariana continuasse a essere il suo cortile di casa.
Io credo, e sono incrollabile in questo, che il centrosinistra rappresenti l’ultima speranza per l’Italia di imboccare una via di uscita dalla crisi diversa dalla demolizione dello stato sociale, dal ritorno ad un classismo teorizzato e praticato, dalla perdita di diritti e quindi, in definitiva, dall’aumento delle disuguaglianze come motore dello sviluppo.
Credo che sia possibile recuperare il filo di una ripresa che abbia al centro una crescente equità nel carico fiscale e nella distribuzione della ricchezza, che il welfare possa essere protagonista di una fuoriuscita positiva dalla recessione, che debba tornare a vedersi chiaramente una mano pubblica nell’economia, e che sia possibile fare questo nel quadro di un’Europa che ritrovi se stessa e investa in una maggiore integrazione democratica.
Sono altrettanto certo che rincorrere i fantasmi di una famiglia che non c’è più non la farà tornare in vita, quando invece sarebbe utile riallineare il cervello all’età in cui si vive e liberarne la ricchezza e la pluralità.
Credo anche che governare non sia una sfiga  a cui opporre scongiuri, ma la condizione per provare a realizzare quei progetti e valori a cui tutti a parole sosteniamo di richiamarci, e che ogni singola elettrice ed elettore della sinistra debba chiedersi se le è rimasto quel briciolo di speranza che ti fa dire proviamoci ancora.
Nelle prossime settimane di campagna elettorale vorrei parlare di queste cose, senza essere possibilmente boicottato da chi si adagi in uno schema che prevede per il PD l’inseguimento di Monti, e per SEL la baruffa a sinistra.
No grazie, vorremmo bastare a noi stessi ed al paese.

mercoledì 26 dicembre 2012

"Il giovane candidato alle primarie Giovanni Paglia"


A 35 anni non si ha più l’età per essere un giovane candidato alla Camera dei deputati.
Non si ha più, per la verità, neppure l’età per essere un giovane ricercatore, un giovane precario, un giovane professionista o altro.
A 35 anni le carriere degli sportivi, che non possono mentire all’età, sono già al tramonto, Cristo era già morto e risorto, e Dante aveva oltrepassato abbondantemente la metà del  cammino della vita.
Eppure, quando ci si candida al Parlamento, o alle primarie in questo caso, non puoi non notare davanti alla lista dei candidati che ancora una volta è quel 1977 che un po’ emerge, e allora capisci che questo voto potrà servire anche a rappresentare la sinistra di una generazione e a portarla nelle aule parlamentari.
Perchè sinistra, come ogni parola viva, è un nome che si reinventa ogni giorno, e trova il suo significato nelle lotte, nelle speranze, nel desiderio di cambiamento, che muta sempre con gli anni e le stagioni.
Noi siamo quelli che a Genova hanno visto la loro ragione confondersi nella nebbia dei lacrimogeni e delle cariche di polizia, che hanno avuto paura per un giorno, ma nemmeno per un minuto si sono arresi al richiamo della violenza.
Siamo quelli per cui il futuro tarda sempre ad arrivare, che hanno dato nuova linfa alla resistenza di chi c’era, ma che aspettano ancora il momento della loro lotta.
Siamo quelli che hanno visto partire i loro amici e fratelli, perchè sono nati nella terra dell’inopportunità, dove l’ascensore sociale è al piano terra fisso, dove lo studio è un passaporto per il precariato o l’emigrazione, e la famiglia l’unica forma di welfare.
Siamo quelli che hanno capito bene cos’è la crisi, perchè ha trasformato spesso l’incertezza di un lavoro nella certezza della disoccupazione, o forse non l’abbiamo capito affatto, se stiamo fermi a consumare rabbia e rassegnazione.
Eppure siamo la pietra angolare del futuro, perchè ogni accento dell’economia e della politica resta muto, ogni proposta chiacchiera vuota, se non trova sostanza e sostegno nelle giovani generazioni.
Allora io non mi candido perchè ho 35 anni, nè tanto meno chiedo voti per questa ragione.
Mi candido perchè voglio il reddito minimo garantito come risposta immediata alla crisi, che trasforma il lavoro in un miraggio, e voglio la riforma fiscale, per finanziarlo e trasferire risorse dalla rendita al lavoro.
Voglio che si investa sulla scuola, che rappresenta da vent’anni il paradigma del nostro paese, povera trincea di resistenza martellata dai bombardamenti ministeriali.
Voglio pari diritti e dignità fra tutte le lavoratrici e i lavoratori, e voglio finalmente un ministro del lavoro che la smetta con le favole dei garantiti contro i non garantiti, dei giovani contro i vecchi, dei licenziamenti come anticamera della crescita occupazionale.
E soprattutto sono stanco di sentirmi dare del conservatore dopo aver perso tanto, da chi in questo paese ha sempre e solo voluto garantirsi e garantire ogni grammo di privilegio, da chi sempre preso senza mai rendere nemmeno grazie.
Vogliamo cambiare da quando siamo nati. Ora è il momento di provarci insieme.

domenica 9 dicembre 2012

Con Berlusconi in campo, il centrosinistra guardi all'Europa


E così a Bersani toccherà l’ingrato compito di guidare il centrosinistra in uno dei momenti più difficili della storia repubblicana avendo come contraltari Grillo e Berlusconi.
Bene penseranno quelli a cui piace vincere facile, illusi che possa essere buona anche la vittoria per mancanza di credibili alternative.
Male, malissimo dico io, che per una volta avrei l’ambizione di convincere molto più che di vincere, e di poter misurare la mia capacità di portare il paese ad una svolta minimamente matura e consapevole, perchè dio solo sa quanto bisogno avremmo di cambiamento, maturità e consapevolezza.
Invece Monti e i suoi, veri antagonisti di un qualsiasi centrosinistra europeo, pare siederanno ingombranti in panchina, mentre a giocare la partita saranno il vecchio e il nuovo capocomico, imbolsito l’uno e arrembante l’altro, ma squalificati entrambi.
Può affermarsi un’idea diversa del paese, un progetto di trasformazione reale, nella totale assenza di una dialettica con un’ipotesi alternativa altrettanto forte?
O la presenza di un solo schieramento credibile rischia di indurlo a trasformarsi in uno specchio deformato della nazione, a fargli ritenere di dover essere esso stesso una misura di unità nazionale?
Mi pongo queste domande perchè ritengo da sempre che il problema non sia l’apertura al dialogo con forze, ipotesi e culture diverse, tanto meno in un momento in cui il recupero di credibilità del sistema politico rappresenta forse la prima emergenza nazionale, ma piuttosto la chiarezza cartesiana della propria prospettiva politica e la determinazione nel realizzarla.
Mi spaventa quindi una prospettiva in cui il centrosinistra abbia davanti un centro evanescente e pronto alla resa, una destra avvolta nel revanscismo berlusconiano, l’onda anomala del M5S, mentre torna ad infuriare la tempesta finanziaria.
Mi spaventa perchè come tutti conosco il malinteso senso di responsabilità del PD, la sua vocazione ecumenica, la tendenza ad occupare ogni spazio non occupato.
Per questo credo sia importante fin da subito portare la campagna elettorale in Europa e il confronto sull’alternativa al livello della Merkel e del conservatorismo continentale, molto più che perdersi nei fantasmi passati, presenti e futuri della nostra privatissima casa degli spettri.
Per questo credo sia importante che SEL chieda formalmente l’adesione al PSE, come contributo a chiarire per l’oggi e per il domani campo, riferimenti, valori e relazioni del futuro governo del paese.
Il PD è oggi premiato dai sondaggi, e lo merita, per l’apertura alle primarie e per la sua capacità di essere l’unico punto solido in uno scenario politico fluido e instabile.
E’ una buona notizia per il centrosinistra, ma rischia anche di essere il suo limite, se quei voti in arrivo saranno figli della rassegnazione e coltivati nell’indeterminatezza.
A SEL, che ha certamente meno voti, il compito di dare un’anima ad una coalizione cui il PD rischia di dare solo volume.

venerdì 7 dicembre 2012

A Ravenna esiste ancora il PRI, sta in maggioranza e acquista legisti. Confesso che ho un problema.


Sarebbe un grave errore lasciar passare l’idea, anche in una città di provincia come Ravenna, che sia cosa normale, se non buona e giusta, che un eletto in un partito di opposizione ad un certo punto si alzi e si trasferisca nei banchi di un altro partito, per di più di maggioranza.
Significherebbe infatti non capire che atteggiamenti e giochetti che hanno contribuito ad affossare la credibilità della politica italiana non sono meno gravi se praticati in palazzi di minor rango del Parlamento, ma se possibile lo sono di più, perchè contribuiscono ad alimentare l’idea che il sistema intero sia irrimediabilmente compromesso.
Il sig.Ravaioli è subentrato a Learco Tavoni 9 mesi fa. 
Aveva avuto tutto il tempo di giudicare l’operato della Giunta ravennate e le evoluzioni politiche della Lega Nord. Avrebbe serenamente potuto rinunciare al subentro, e permettere agli elettori del suo ex partito di continuare ad avere la rappresentanza conquistata con il voto.
Non lo ha fatto e ha preferito comportarsi da proprietario di un consenso non suo.
Trovo tuttavia ancor più grave l’atteggiamento del PRI, che sembra non aver compreso quanto sia finita la stagione delle transumanze, quanto sia sensibile l’elettorato al tema della responsabilità degli eletti, dedicandosi ancora allo sport dei piccoli cambi di casacca, sperando forse di ricavarne altrettanto piccoli vantaggi di potere.
E non capisco il resto della maggioranza, che tace o sonnecchia, liquidando evidentemente la cosa come questione privata fra i soggetti coinvolti, senza capire che il rispetto sostanziale della volontà dell’elettorato riguarda tutti noi e non è un elemento secondario della democrazia.
Per quanto mi riguarda, vale l’invito alle dimissioni, pur tardive, del consigliere Ravaioli, che può dimostrare di aver compreso l’errore per rimediarlo.
Su chi ha voluto avallarne una scelta che non trova riscontro nel campo dell’etica politica, il giudizio è ben peggiore, e non fa che confermare la distanza già più volte sperimentata con un alleato che non può dirsi nostro.

domenica 2 dicembre 2012

Per un giorno, tutti con Bersani


Il secondo tempo delle primarie ci ha mostrato cosa queste sarebbero state fin dall’inizio senza la presenza di Nichi Vendola.
Una guerra feroce per bande all’interno del PD, con un’attenzione ai contenuti vicina allo zero e una spasmodica, a tratti violenta, attenzione alle “regole”, che poi altro non sarebbero che i paletti che tentano approssimativamente di circoscrivere il campo del centrosinistra.
Renzi l’avrebbe voluto da subito molto ampio, confidando nella sua capacità di attrarre elettorato dal disastrato centrodestra italiano, Bersani limitato al pur non trascurabile ambito del centrosinistra, per ragioni logiche, oltre che politiche, che tutti possono ben comprendere e condividere.
Si tratta di permettere alle primarie di essere ciò per cui sono nate, uno straordinario strumento di delega al nostro popolo della scelta di interpreti e indirizzi della politica, e non  una zattera gettata a chi dall’altra parte pensa di poter solo scegliere da chi essere sconfitto.
Alla fine quindi domani non si tratterà di scegliere fra due programmi, nè di sostenere il meno peggio, nè di partecipare per dare un segno di attenzione ad uno spettacolo che francamente non ha avuto da sette giorni nulla di edificante.
Si tratterà invece di votare per chiudere definitivamente la stagione della sinistra in maschera, occultata dietro idee, volti e linguaggi presi in prestito, per rivendicare il nostro diritto di chiedere al paese un voto per uscire dalla crisi.
Bersani può essere la persona giusta per farlo, perchè, nonostante le mille ambiguità e tentennamenti, e nonostante Monti, gli vanno riconosciuti coraggio e tenacia nel costruire una via d’uscita a sinistra dal berlusconismo e dal governo tecnico.
Lo dimostrano il baricentro dell’alleanza, di cui SEL non può essere considerata un elemento estetico, bensì la più evidente e materiale dichiarazione d’intenti, e la resistenza alle sirene del Monti dopo Monti, risuonate con forza in questi mesi dentro e fuori il PD.
Bersani ha dimostrato in queste settimane di aver colto il carattere strutturale della crisi economica, e di aver individuato il nesso profondo fra questa e l’aumento delle diseguaglianze, che ne rappresentano insieme la causa e l’effetto.
Ha parlato di lavoro e reddito come punti di partenza di ogni ipotesi di ripresa e non come variabili del ciclo economico.
Bersani non era per me il miglior candidato possibile alla presidenza del consiglio, perchè preferisce la sfumatura al tratto nitido che la gravità dei problemi in campo richiederebbe.
Ha tuttavia compreso quale sia il tempo in cui viviamo, mentre Renzi corre rapido con la testa voltata all’indietro.
Per questo oggi non avrò alcuna difficoltà a dare il mio voto a Pierluigi Bersani, ma lo farò con piacere, per costruire da domani affianco a lui un paese migliore.

mercoledì 7 novembre 2012

Una legge elettorale inaccettabile


E’ possibile cambiare una legge elettorale a 6 mesi dal voto per impedire ai probabili vincitori di confermarsi tali?
In una democrazia occidentale probabilmente no, in Italia sta per accadere per la seconda volta in meno di un decennio, e sempre grazie all’intesa fra PDL, Lega e UDC.
L’altra volta fu il porcellum, e l’obiettivo era minimizzare le perdite e puntare sull’instabilità, stavolta è il rutellum, e ciò che ci potrebbe aspettare è la palude neo-democristiana, votata al transito del nocchiero Monti.
Ora diranno che non sarebbe etico consentire a chi abbia il consenso di un terzo del paese di godere di un’ampia maggioranza parlamentare.
Oppure aggiungeranno che non si può correre il rischio che in virtù della frammentazione del sistema politico Grillo possa risultare vincitore delle elezioni e quindi autonomamente in grado di formare il governo.
Qualcuno si ricorderà anche delle virtù della rappresentanza, ingiustamente liquidate in 20 anni di bipolarismo semi-maggioritario, che potranno certo essere ancor più esaltate della reintroduzione della preferenza multipla. 
Una terna, per essere precisi, con almeno una donna, per essere corretti.
E in mezzo a tutte queste dotte disquisizioni ci porteranno al voto come in un gioco finto, con il plauso di chi ama le parti in commedia assegnate ai tempi della rimpianta Prima Repubblica. 
Democristiani al governo e rivoluzionari all’opposizione, gli uni per restarci e gli altri pure, senza il rischio di colpi di scena o di testa.
Contento Napolitano, contento Casini, contenti Alfano, Maroni e tutta la compagnia, contenti anche Grillo e i tanti funamboli della Sinistra di Opposizione, per non parlare naturalmente dei Mercati.
Si blinda la democrazia, riducendola a mera forma immutabile.
E’ necessario accettare tutto questo, la riemersione della balena bianca dagli abissi della Seconda Repubblica?
Naturalmente no, soprattutto se si crede che in gioco non sia il futuro del centrosinistra, ma quello dell’Italia, che di tutto ha bisogno fuorchè di continuità con la sua storia recente e passata.
Se il PD crede nelle sue ragioni, stacchi la spina al governo e si vada subito al voto, senza riporre inerti il proprio destino nelle mani di personaggi come Casini, confidando magari in improbabili mediazioni dei più alti livelli istituzionali.
In queste settimane siamo tutti impegnati nelle primarie, che promettono agli italiani di conoscere programma e leader di almeno una delle coalizioni in campo.
Non vorremmo dover dire che abbiamo scherzato.

domenica 4 novembre 2012

L'inutile dibattito su Blair


La cosa stravagante non è che nel 2012 il centrosinistra italiano si divida su Tony Blair, ma che ne discuta.
Se infatti sul personaggio la storia avrà modo di dire la sua, probabilmente senza particolare benevolenza, non può esserci invece alcun dubbio sulla sua totale estraneità alle sfide del tempo presente.
Blair ha strappato la Gran Bretagna ai tories post-tatcheriani, sulla base dell'intuizione che il pensiero liberista fosse ormai tanto egemone nella società anglosassone da non poter essere discusso, ma tuttalpiù addolcito, reso cool da una nuova generazione di dirigenti laburisti cresciuti fuori dalle macerie delle sconfitte degli anni '70 e '80.
Non ha cambiato direzione, ma ha provato a rendere più confortevole il tragitto, e forse a renderlo possibile per qualcuno in più.
Peccato che la direzione fosse la crisi odierna, sulla quale la terza via e il new labour, tornato non a caso piuttosto old stile, ammutoliscono, perché rappresenta esattamente la negazione  di tutta l'impalcatura ideologica delle sinistre di governo anni '90.
Il punto quindi non è e non può essere il posto di Blair nell'album di famiglia, dove pure dovrebbe stare dalla parte dei parenti di cui ci si vergogna un po', come conviene a uno che ha portato il proprio popolo in una guerra inutile sulla base di consapevoli menzogne.
Il punto è se si possa anche solo immaginare di uscire dalla crisi attraverso ricette economiche e sociali che hanno contribuito a portarci nella situazione attuale, e di cui Blair fu convinto sostenitore.
Naturalmente no, e infatti in tutta Europa e nel mondo la sinistra parla d'altro. 
Parla, sostanzialmente, la lingua di Vendola.
Se in Italia non è così, e si pensa di andare avanti per suggestioni, ammiccamenti e importazione di modelli scaduti, decisamente abbiamo un problema.
A proposito. Abbiamo già avuto un blairiano di ferro, peraltro in tempo utile. 
Era il rottamando Massimo D'Alema. 
Dio li fa e poi li divide.

giovedì 1 novembre 2012

A Ferrara c’è un assessore. Volgare e omofobo. Renziano, of course


A Ferrara c’è un assessore. Uno di quelli giovani, professore universitario, dinamico e con la passione dei social network. Renziano, of course. Di nome fa Luigi Marattin.
Ieri sera decide di seguire la trasmissione di Lilli Gruber, ospite Nichi Vendola, che esprime un giudizio non lusinghiero su Blair.
Il nostro non ce la fa più, impugna la tastiera e pubblica su FB: 
Vendola a La7: "Renzi perdera' le primarie anche perche' ha come modello Tony Blair, la figura più fallimentare della storia della sinistra europea, che ha sempre perso e fatto perdere". Nichi, per usare il tuo linguaggio, ma va' a elargire prosaicamente il tuo orifizio anale in maniera totale e indiscriminata”.
Qualcuno si arrabbia, altri fanno notare che stile e linguaggio mal si addicono a chi rivesta un ruolo istituzionale, e il sig.Marattin insiste:
Gentile sig.xxx, esatto, non ho assolutamente intenzione di scusarmi. Il Presidente Vendola ha fatto un'affermazione clamorosamente fuori luogo e non veriteria, e pertanto - sfruttando il fatto di essere su un social network e non in una sede istituzionale - l'ho mandato a dare via il sedere, senza utilizzare parolacce. Avrei fatto la stessa cosa se avesse detto un'inesattezza lei, o avrei accettato di buon grado la stessa cosa se a fare un'affermazione errata fossi stato io. Se invece si tira in ballo l'omosessualita' di Vendola, la cosa diventa secondo me molto grave, come ho gia' spiegato. Perche' presuppone che un omosessuale debba, in qualche modo, appartenere ad una categoria "protetta" in virtu' di una disabilita'. Io non la penso cosi'.
Al sig.Marattin sfugge completamente cosa significhi rivestire un ruolo istituzionale e in virtù di questo avere dei doveri verso tutte le cittadine e i cittadini della propria città e non solo.
Ignora che accettando la carica di assessore non ha aggiunto un mestiere al proprio curriculum vitae e uno stipendio al proprio 730, ma accettato tra l’altro di rinunciare a poter esprimere opinioni da trivio senza assumersene la responsabilità.
Non capisce che scusarsi a questo punto sarebbe il minimo per salvaguardare la propria dignità, e non per salvare una carica da cui dovrebbe dimettersi domattina stessa.
Non foss’altro che per liberare il sindaco di Ferrara e Mr Matteo Renzi dall’imbarazzo di dover spiegare perchè accettino di farsi rappresentare da un signore che parla di omosessualità in termini di disabilità, arrivando la dove nemmeno si spinsero un Borghezio o una Binetti.
Intanto le dimissioni le chiediamo noi, al sig.Marattin, e, se non vorrà darle, al sindaco e al PD, e lo facciamo pubblicamente.
Di assessori così potranno serenamente fare a meno Ferrara e l’Italia.

martedì 30 ottobre 2012

Piccole lezioni siciliane


Dicevano che la Sicilia fosse il laboratorio politico del paese, e c’è da sperare che si sbagliassero.
Si è infranto il muro del 50% dei votanti, e certo non per estrema soddisfazione per l’andamento delle cose.
Crocetta, senza dubbio un uomo della sinistra, sarà presidente senza una maggioranza certa e in virtù dell’alleanza con l’UDC, unico partito a poter vantare una cinquantennale consuetudine col potere isolano in tutti i suoi significati.
La destra si frantuma per non morire e c’è da scommettere che non lo farà.
La sinistra si assomma in se stessa e muore, dimostrando di aver capito molto poco della fase, prigioniera della propria idea di essere la sola, naturale depositaria del desiderio di alternativa, se libera dal compromesso con moderati di ogni risma.
L’alternativa è invece il M5S, tanto alternativo da candidarsi ad essere il miglior alleato di ogni conservatore, con la sua attitudine a sequestrare dalle dinamiche della democrazia grandi quantità di elettori, per rinchiuderli nel recinto autistico del vaffa.
Ne vediamo già i primi risultati, con la dichiarata indisponibilità assoluta al dialogo con Crocetta, che rischierà di rinchiuderlo ulteriormente nei meandri delle giravolte gattopardesche.
Così ora ci toccheranno i peana dei Fioroni di turno sulle meravigliose sorti dell’alleanza PD-UDC, e l’ennesimo esame di coscienza della sinistra, per cui pare sempre normale dividersi ferocemente nella quotidianità, unirsi nella paura a due mesi dal voto, per tornare a dividersi nell’ora che segue l’ennesima, inevitabile sconfitta.
Ora, per quanto mi riguarda, l’UDC sarà anche un buon compagno di strada per chi apprezzi il genere, ma il 30% ottenuto da Crocetta in un quadro di desolante svuotamento di partecipazione non è certo un viatico entusiasmante, nè tanto meno riproducibile sul piano nazionale.
Allo stesso modo, si deve dichiarare chiusa definitivamente e senza rimpianti la stagione delle coalizioni del nulla della sinistra-sinistra, capaci di mettere insieme più sigle che voti e chiaramente incapaci, al di là dell’impegno e buona volontà dei protagonisti, di proporre un progetto e un immaginario comprensibili e adeguati ai tempi.
Chi voleva la prova della capacità di Grillo di riconnettere a se ogni ipotesi e sentimento di radicale alternativa al quadro esistente e quindi di proporsi come credibile protagonista delle prossime politiche oggi l’ha avuta.
Allo stesso tempo la destra potrebbe aver offerto l’anteprima di uno spettacolo di divisioni, opportunismi e si salvi chi può da mettere in scena nel 2013.
Cosa manca?
Manca il centrosinistra, ovvero una possibilità credibile di cambiamento reale del paese, che sappia e voglia imporsi non per stanchezza o debolezza altrui, ma perchè realmente convinto di poter vincere con i propri mezzi e le proprie idee.
Le primarie dovevano esserne il lievito. Finora rischiano di giocare l’effetto contrario, ma le le elezioni siciliane, a ben vederle, dovrebbero spingerci a rimetterle immediatamente sul binario giusto.
Il pericolo infatti è grande e occasioni e tempo troppo pochi per sprecarli in giochi di ruolo.

sabato 27 ottobre 2012

Berlusconi torna in scena, ma la trova già occupata


Appartengo alla schiera, suppongo piuttosto ridotta, di quanti in questo lungo ventennio si sono opposti a Berlusconi costantemente e completamente ignorando i suoi problemi giudiziari.
Non mi è mai interessata la ragione di fondo che l’avesse spinto in politica, nè l’andamento dei suoi processi.
Non ho mai apprezzato Travaglio e si suoi sodali e mi ha sempre preoccupato la degenerazione manettara di parte del popolo a cui sento di appartenere.
Di Berlusconi ho sempre temuto la tendenza a trasformare la politica in una grande fabbrica di consenso e il governo in uno strumento per mantenerlo, la promozione di un ceto politico inadeguato a funzioni diverse dall’applauso, l’intolleranza per la divisione e l’equilibrio dei poteri, la promozione di Bossi a statista e lo sdoganamento dello squallore post-fascista.
Gli imputo di avere una grande responsabilità nell’aver favorito lo sgretolamento sistematico di ogni base e struttura sociale nel nostro paese, alimentando un individualismo egotico che ci lascia oggi smarriti davanti alla necessità di recuperare un filo razionale di progetto collettivo.
Ha costruito una folla eterogenea di cinici e estasiati, allestito un governo come fosse un reality, determinato un’opposizione unita ancora e solo dalla sua persona.
Ci ha lasciato in eredità un paese spolpato dalle scorribande dei soliti noti e dei loro nuovi epigoni, dove tutto ha potuto diventare oggetto di scambio e di commercio, dove nell’assenza della sola ipotesi di una politica economica e industriale chi ha saputo e potuto farlo ha vinto il banco e abbandonato il tavolo, lasciando più poveri tutti gli altri.
Se ne è andato senza volerlo, ha minacciato il ritorno, ha lasciato definitivamente, salvo poi, per ironia o per calcolo, subire l’onta di una condanna che affogherà nel mare della prescrizione, ma che per il momento lo porta a riaffacciarsi sul palcoscenico del titanic.
La scena tuttavia non è più sua, ma della triplice eredità che ci ha lasciato.
Mario Monti e i suoi boiardi, generati dalla reazione all’incuria, al discredito e al collasso prossimo venturo, liberisti per procura e alfieri della post-democrazia tecnocratica, paladini della meritocrazia ereditaria per diritto dinastico.
Beppe Grillo, grande catalizzatore di ogni rancore individuale, tribuno della plebe e aspirante al ruolo sempre ambito di primo oppositore, nemico eletto di e da ogni potere costituito.
Matteo Renzi, il nuovo illusionista, l’uomo dalla battuta e dal sorriso giusto, buono per il palco e per il retro palco, che promette la rivoluzione senza i rivoluzionari e piace alla destra non perchè sia dei loro, ma perchè parla la lingua e indossa il personaggio del vecchio capo.
Monti, Grillo e Renzi, ovvero la coppia che fa sognare ogni potere conservatore italiano e il virus gentilmente donato alla sinistra.
Berlusconi non andrà in galera, ma se pure fosse non mi troverete fra quelli che festeggiano. 
Ho già altro di cui preoccuparmi.

mercoledì 24 ottobre 2012

Cosa vuole Matteo Renzi?


Cosa voglia Matteo Renzi da queste primarie non è chiaro.
Non parla di programmi, se non per allusioni e slogan, che valgono quanto le scritte sui palloncini pubblicitari.
Non si interessa di alleanze, non perchè riconosca un qualche valore a quelle già sottoscritte, ma perchè ha riscoperto d’un tratto il PD autosufficiente di veltroniana memoria, che è come dire il nulla.
Non si riconosce nelle regole, belle o brutte che siano, di un gioco a cui ha tanto desiderato partecipare da imporre una deroga ad personam allo statuto del suo partito.
Pretende confronti pubblici con Bersani, ma si rifiuta di partecipare a dibattiti con altri concorrenti, come a difendere una rendita di posizione da sfidante ufficiale gentilmente offertagli dalla grande stampa nazionale.
Ha parlato per un anno di rottamazione, solo di rottamazione e nient’altro che di rottamazione, salvo poi chiarire che si trattava di un espediente bieco, truce e volgare, e che nell’Italia delle mille gerontocrazie Veltroni e D’Alema potevano bastare.
E’ andato ad Arcore, perchè si deve parlare con tutti, e poi dai Finanzieri, perchè la politica non deve averne paura, e verrebbe da dargli ragione, se in entrambi i casi non l’avesse fatto a porte chiuse e finestre sigillate.
Gira l’Italia in camper, come un Grillo qualsiasi, ma non disdegna il jet, se si deve far presto, nè il Suv, se la schiena duole, ma di questo si potrebbe anche non parlare.
Ma rimane la domanda iniziale, ovvero perchè uno dovrebbe candidarsi ad una competizione di cui non condivide le regole, con una compagnia che non gradisce, sottraendosi ad ogni momento di confronto pubblico, e riportando indietro di vent’anni forma e sostanza del dibattito politico, quando invece il centrosinistra italiano avrebbe l’impellente necessità di restare ben agganciato al treno delle socialdemocrazie europee?
Si risponderà che è per smania di protagonismo, perchè l’occasione del momento è tale da sollecitare ogni ambizione, perchè il PD è nato male e quindi qualcosa deve sempre andare storto.
Oppure che in questo paese la paura che alcuni hanno della sinistra è tale da giustificare anche l’invasione di campo se la partita sembra persa, e se tutto finirà in malora tanto meglio, che un Monti alla bisogna non è mai stato difficile trovarlo e tanto meno lo sarà oggi che ha già finito il riscaldamento.
Renzi, che come Grillo propone a tutti noi l’ennesima dose di autoassoluzione consolatoria, non vincerà le primarie, ma ha già fatto abbastanza, con la gentile collaborazione dei bersaniani militanti, per inquinarle e renderle impraticabili.
Ma abbiamo un mese di tempo per riprendercele e tutta l’intenzione di farlo.

lunedì 22 ottobre 2012

Due primarie in una


Il momento iniziale delle primarie del centrosinistra ha evidenziato un’unica certezza.
Le primarie sono due, con agende e obiettivi diversi, diverso seguito sui media e protagonisti che si intrecciano.
La prima vede la partecipazione solitaria di Nichi Vendola, si svolge fra teatri, piazze e palazzetti affollati, percorre le strade della crisi globale e del suo possibile superamento, della nuova centralità del lavoro come via di uscita necessaria dal nichilismo finanziario, della modernità che stringe welfare, diritti, green society.
La seconda trova ogni giorno uno spazio nelle prime pagine dei grandi giornali e nell’informazione televisiva, muove grandi analisi e attenzioni, coinvolge Renzi e Bersani ed ha come unico punto di contesa chi e come comanderà nel PD.
Lo scontro si snoda fra contesa sulle regole e sulle prossime candidature, sul giudizio sul passato molto più che su un’idea di futuro, con le prospettive del partito sopravanzanti e di molto quelle del paese.
Questo dualismo rischia di nuocere alle primarie, riducendo a sterile lotta di potere quello che dovrebbe e può di certo essere un appuntamento decisivo per far maturare e vivere una credibile proposta di governo per il cambiamento, di cui l’Italia ha senza dubbio un disperato bisogno.
Nessuno sa ancora nulla di ciò che Renzi immagina per l’Italia, se non se stesso premier e D’Alema fuori dal Parlamento, insieme a una rimescolata di idee miracolosamente scampate al naufragio dei campioni sinistri degli anni ’90, naturalmente inattuali, ma ancora buone per una copertina.
Di Bersani è nota la storia, la volontà di rientrare nel solco attuale delle socialdemocrazie europee, ma senza esagerare e con un occhio alla specificità italiana, l’attitudine a considerare se stesso al comando, perchè è così che deve essere.
In comune hanno la volontà dichiarata di chiudere con Monti, ma sottraendosi al dovere di trarre un bilancio sull’esperienza del governo tecnico, come se questo fosse stato un evento naturale, e non un elemento di svolta con cui è obbligatorio confrontarsi, pena l’ulteriore decadimento del dibattito pubblico italiano.
Rimane Vendola, di cui è assolutamente chiaro e noto il giudizio sull’esecutivo in carica, sulle sue misure, e su ciò che di queste bisognerà fare, che esprime un’identità e un programma nitidi e un’opzione non reticente sul centrosinistra come spazio possibile dell’alternativa, ma che proprio per questo nel contesto dato rischia paradossalmente di apparire l’unico candidato delle primarie sbagliate.
Il problema è che primarie indirizzate e condotte secondo l’agenda Renzi non sono solo inutili, ma dannose, perchè come la moneta cattiva scaccia quella buona, un dibattito sul nulla alimentato da conflitti intestini impedisce di mettere a fuoco il problema centrale, che è e dovrebbe rimanere il ruolo europeo e quindi italiano nella crisi economica globale.
Per questo il centrosinistra, come ipotesi autonoma e innovativa di governo, uscirà più debole da primarie che si ostinino a pestare acqua nel mortaio del rinnovamento estetico, delle strizzate d’occhio ad un’antipolitica autoassollutoria, degli scontri autoreferenziali sulle regole.
Per questo Bersani, come segretario del primo partito della coalizione e autorevole, aspirante candidato premier, deve dare rapidamente una sterzata, iniziando a parlare di programmi e soprattutto a privilegiare il confronto con chi, come Vendola, di questi parla da sempre, anzichè accettare il gioco di chi lo vuole costantemente impegnato nella marcatura del sindaco di Firenze.
Le primarie forse rimarranno due comunque, ma sarà almeno più chiaro in quale si gioca il destino del centrosinistra e forse un poco dell’Italia.

giovedì 18 ottobre 2012

Ancora TINA. Oppure Vendola


La nostra vita è fatta di scelte.
Scegliamo ogni giorno a chi sorridere e per chi valga la pena piangere, a chi donare il nostro tempo e da chi farcelo rubare, quali scarpe indossare e che cosa mangiare, se incontrare un amico o assaggiare la solitudine.
Scegliamo con chi vivere e vorremmo poter scegliere il momento della nostra morte, e in ogni momento oscilliamo fra l'abbandono e la lotta, sia per un'idea, per un figlio, per il nostro futuro.
Poi solleviamo lo sguardo sulla politica e la strada che ci viene indicata è diritta e senza vie di uscita.
Non c'è alternativa al precariato che consuma le vite e le generazioni, al lavoro minacciato e senza diritti, alla fatica di un tempo che non prevede il riposo, alla dignità offesa ogni volta che si china la testa.
Non c'è alternativa alla dissoluzione dello stato sociale, all'espansione infinita delle spese militari, alla demolizione della scuola pubblica e di tutti, alla negazione del diritto alla salute. 
E nemmeno esiste un'alternativa al potere irresponsabile dei soliti noti, alla fuga di chi ha la forza di andare e non ha più quella di restare, al cancro delle mafie, ad una crisi che giorno dopo giorno consuma la storia dei nostri padri e il nostro presente.
Figurarsi se si può pensare ad un’alternativa a Monti o a chi per lui, all’Europa del rigore che sa di funerale, ad un’Italia piccola e immersa nel suo rancore e nelle sue paure, al quotidiano giudizio divino dei mercati, alla mano invisibile e inflessibile dello spread.
La nostra vita è fatta di scelte, ma quando è in gioco la vita stessa vorrebbero che la consegnassimo all’inevitabile.
Oppure Vendola, perchè è così che noi oggi diciamo che la democrazia è molto di più  che  aggiungere una spezia ad un piatto già cotto e la libertà la premessa di qualsiasi domani.
Noi non ci consegnamo alla ragione di quelli che avevano torto e che ancore pretendono di far pagare il prezzo dei loro errori a chi paga da sempre.
Non ci rassegniamo alle mezze misure, ai diritti surrogati, alle parole sbiadite di un ceto politico figlio di troppe sconfitte o mai sceso in campo.
Non vogliamo rottamare nessuno, perchè abbiamo troppo rispetto della vita e della storia di ognuno, ma sappiamo quanto la storia possa pesare fino a rendere inerti e consigliare il commiato.
Vogliamo salario e diritti, perchè ci piacciono le parole antiche, e uguaglianza, solidarietà e giustizia sociale, perchè la modernità finisce nella loro scomparsa.
Amiamo la complessità, che ci costringe a studiare e coltivare il dubbio, a sperimentare percorsi inediti, a rifiutare ogni tipo di vaffanculo, che, detto sottovoce, se non è fascista non ci va lontano.
Crediamo che il centrosinistra sia ciò che di meglio si possa offrire al paese, ma che l’Italia meriti di più di un usato sicuro o di un camper che viaggia al ritmo stanco degli anni ’90, spacciando per nuovo ciò che era già vecchio 20 anni fa.
Se non c’è alternativa alla strada che corre verso il precipizio, non si tratta di rallentare, nè di sperare che qualcuno costruisca un ponte, ma di assumere fino in fondo il coraggio e la forza di aprire una via nuova.
Vogliamo Vendola presidente del consiglio. Per noi, molto prima che per lui.